Nonostante tutto il caos mediatico e comunicativo, di cui non è questa la sede in cui discutere, riguardante la sua entrata in vigore, il più recente e restrittivo decreto del governo italianovolto a perimetrare l’emergenza coronavirus ha perlomeno avuto il vantaggio di essere approvato in una fase di mercati chiusi.

La volatilità domina i mercati nelle ultime settimane e sono da aspettarsi nuovi dolori, dopo la distruzione di oltre 95 miliardi di euro di capitalizzazione nelle ultime sedute, dalla riapertura di Piazza Affari: fare previsioni è altamente difficile, perchè il decreto che blinda nella “zona arancione” la regione Lombardia e quattordici altre province del Nord Italia, isolando oltre un quarto della popolazione italiana (16 milioni di abitanti), crea uno scenario senza precedenti.

Il cuore produttivo di una grande potenza industriale occidentale e la sua capitale finanziaria, Milano, si trovano virtualmente isolate dal resto del proprio Paese per la prima volta nel secondo dopoguerra. Si naviga a vista, ma le dinamiche in atto nel mercato globale si stanno gradualmente consolidando: già prima della notizia della chiusura del Nord Italia per Roma le notizie economiche parlavano di un quadro per il 2020 a tinte fosche, nel contesto di un indebolimento collettivo a livello europeo e mondiale. La chiusura del Nord e l’isolamento di Milano, in questo contesto, rappresentano una sorta di nuovo “cigno nero” dalle conseguenze impossibili da valutare.

Si può però provare a ipotizzare degli scenari: le linee di tendenza dominanti ci portano a isolarne sostanzialmente tre, legati anche alla governance politica dell’applicazione del decreto.

Consolidamento del “new normal”?

Un primo scenario vede i mercati proseguire l’altalena nelle prossime settimane interiorizzando lo scenario italiano come consolidato.

In altre parole, si potrebbe ipotizzare che le grandi perdite di Piazza Affari e l’affanno dell’economia reale stiano già scontando la sfiducia crescente degli investitori sull’economia italiana. Ipotesi, questa, che si è fino ad ora scontrata con un’evidenza che vede l’affanno borsistico contrapposto a una situazione di relativa stabilità sul rischio sovrano del Paese. Il quale, non dobbiamo dimenticarlo, è in primo luogo un fattore di carattere politico: se la capacità di gestione delle autorità italiana della crisi coronavirus dovesse deteriorarsi, dunque, non sarebbe da escludere un’azione speculativa contro i titoli e i mercati italiani dalle prossime ore.

Il rischio di panic selling e speculazione

Nelle prime ore successive alla chiusura dell’area del lodigiano attorno Codogno Piazza Affari, nella giornata di lunedì 24 febbraio, ha subito una massiccia manovra di vendite dettate dalla sfiducia e di cosiddetto panic selling che ha trascinato a terra il listino. Il mercato è lievemente rimbalzato il giorno successivo: ma di fronte a una misura ben più draconiana come quella messa in atto nelle scorse ore è lecito attendersi un contagio di sfiducia ben più ampio.

In caso di riapertura delle borse, purtroppo, lo scenario più probabile appare quello di un tracollo degli indici dettato dalla combinazione tra la vendita nel mercato azionario e il prevedibile emergere di un attacco speculativo sui Btp.

Con mercati affamati di risultati e liquidità e operatori finanziari privi di condizionamento politico, la debolezza sistemica dell’Italia potrebbe offrire spazi notevoli per scommesse a breve periodo sull’indebolimento sistemico del Paese. Lo scenario pare simile a quello del “mercoledì nero” del 16 settembre 1992 in cui la lira subì danni catastrofici dalla vendita allo scoperto operata dal fondo Quantum di George Soros. La vendita allo scoperto da parte di pochi, grandi investitori si ripercuoterebbe a cascata sulla tenuta del sistema bancario, sul suo legame con il resto d’Europa e su quei mercati meno regolamentati, come quello dei derivati, in cui l’Italia si troverebbe pericolosamente esposta. Aggiungiamo a ciò la già esistente fuga di capitali verso titoli e certificati ritenuti più sicuri e si arriva a un quadro decisamente deteriorato.

Chiudere le borse?

Contro questa possibilità ha preso posizione, dall’opposizione, la leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni, che ha spronato il governo a sospendere le contrattazioni nella giornata di lunedì 9 febbraio: “Il Governo ora adotti tutti i provvedimenti possibili per impedire che la speculazione finanziaria metta in ginocchio la Nazione”, scrive su Facebook la deputata romana. “Valuti”, aggiunge, “se sospendere le contrattazioni di borsa per dare modo di metabolizzare gli ultimi provvedimenti e frenare i comportamenti più irrazionali. Di certo vanno vietate in questa fase le vendite allo scoperto, ossia lo strumento con cui pochi cinici e razionali speculatori possono fare fortuna sulla legittima irrazionalità dei piccoli investitori”.

L’extrema ratio della chiusura delle borse è il terzo scenario che il governo di Roma potrebbe mettere in campo e che rappresenterebbe, in un certo senso, un tampone emergenziale per evitare una batosta attesa. Il tempo guadagnato andrebbe investito preparando un pacchetto di stimoli economici e un’azione politica tale da giustificare la chiusura con l’adozione di manovre adatte. Magari ampliando i pochi margini di manovra sulla flessibilità e il deficit.

Alla Meloni ha fatto eco, in sede governativa, il leader di Italia Viva Matteo Renzi, che ha spronato Giuseppe Conte a “prendere le misure necessarie per la nostra economia, “a cominciare, probabilmente domani da tener chiusa la Borsa”.

Il momento è grave e problematico: l’esecutivo deve sapere che tenere aperti i mercati espone a rischi sistemici gravi, ma al tempo stesso sospendere poche sedute può solo dilazionare la batosta attesa se non verranno adottate misure di risposta al contagio economico da coronavirus tali da giustificare gli stop. Serve chiarezza: i mercati non sono razionali ma sono estremamente emotivi. E sfidarne gli umori è un rischio a meno che non ci si presenti carichi di forti e precise volontà politiche.