Schizzano in alto gli indici petroliferi dopo il raid americano che ha ucciso il capo dell’élite Quds iraniana, il generale Qassem Soleimani, suscitando preoccupazioni per l’escalation delle tensioni regionali e per la conseguente interruzione delle forniture di greggio. Il Wti (West Texas Intermediate)- indice americano del greggio – aumenta da 1,70 dollari a 62,82 dollari, avendo in precedenza raggiunto $ 64,09 al barile, il più alto da aprile 2019. Il Brent registra, invece, un incremento di circa il 4%, raggiungendo i 69,50 dollari al barile, il più alto da metà settembre quando sono state attaccate le strutture petrolifere saudite.

Attendendo le mosse dell’Iran

Secondo gli analisti non mancheranno le rappresaglie iraniane: Teheran potrebbe riprendere anche le azioni di disturbo nelle spedizioni commerciali nel Golfo e dare il via a esercitazioni militari per interrompere temporaneamente le rotte. La risposta sarà presumibilmente di tipo asimmetrico e durerà a lungo; le forze iraniane non affronteranno direttamente gli Stati Uniti: forse attaccheranno di nuovo le petroliere saudite, oppure le raffinerie della petromonarchia.

Che qualcosa fosse nell’aria era già chiaro negli scorsi giorni, quando dozzine di cittadini statunitensi che lavorano per compagnie petrolifere straniere nella città petrolifera irachena di Bassora si stavano preparando a lasciare il paese, secondo fonti Reuters. Tutti i giacimenti petroliferi nel paese stavano funzionavano normalmente, invece, e la produzione e le esportazioni non sembravano essere in allarme secondo il Ministero del petrolio iracheno. Nel frattempo, le forze Quds di Soleimani e i suoi accoliti in Iraq, Libano e Yemen potrebbero mobilitare ampi mezzi per innescare una risposta su più fronti. Proprio a settembre i funzionari statunitensi avevano accusato il governo iraniano di aver compiuto un attacco missilistico (e con droni) contro le installazioni petrolifere della Saudi Aramco, il colosso energetico dello stato saudita. Schizzano in alto i prezzi del petrolio anche in Cina: la banca centrale di Pechino proprio in questi giorni era alle prese con la riduzione della quantità di liquidità che le banche devono tenere in riserva, rilasciando circa 800 miliardi di yuan ($ 115 miliardi) in fondi per sostenere l’economia in rallentamento.

Gli attacchi hanno scosso anche altri mercati. I futures azionari statunitensi sono scesi e le azioni asiatiche hanno invertito i guadagni precedenti a seguito della notizia. L’attacco aggrava una situazione già tesa tra gli Stati Uniti e i principali produttori di petrolio come Iran e Iraq. I due paesi del Medio Oriente messi insieme hanno pompato oltre 6,7 milioni di barili al giorno di petrolio il mese scorso, secondo i dati raccolti da Bloomberg, oltre un quinto della produzione dell’OPEC. Le esportazioni di energia da entrambi i paesi dipendono anche dallo Stretto di Hormuz, punto cruciale per il trasporto di petrolio e gas naturale quando le tensioni in Medio Oriente esplodono, soprattutto con l’Iran.

Cosa accadrebbe se il conflitto diventasse simmetrico? L’US Energy Information Administration stima che il 21% del petrolio utilizzato nel 2018 sia passato attraverso lo stretto di Hormuz: alcuni dei maggiori produttori sarebbero coinvolti nel conflitto se lo Stretto non potesse essere più navigato in sicurezza. Arabia Saudita, Iraq, Kuwait, Iran, Emirati Arabi Uniti e Qatar spediscono tutte o parte delle loro esportazioni proprio attraverso questo snodo. Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti hanno oleodotti che aggirano lo Stretto ma non hanno nessuna possibilità di far aggirare quest’ostacolo a tutta la loro produzione.

Cosa accadrà nel breve periodo

Precedenti episodi di conflitto in Medio Oriente hanno visto un aumento dei prezzi del petrolio che ha contribuito al rallentamento dell’economia globale, dalla metà degli anni ’70 all’inizio degli anni ’90. Tuttavia, da più parti osservatori e analisti sono convinti che il prezzo del petrolio non rimarrà alle stelle a lungo: i commercianti di petrolio saranno cauti nello spingere il prezzo troppo in alto o per troppo tempo. Semmai il problema è un altro: quanto è reale il rischio che una significativa offerta di petrolio venga tagliata e con quale rapidità si può sostituire il petrolio perduto con altre fonti? A voler essere cauti, lo scenario teso dovrebbe mantenere il commercio del Brent nell’intervallo $ 65- $ 70 al barile nelle prossime settimane, e probabilmente anche nel prossimo mese.

Ciò che è diverso ora, e ciò che potrebbe moderarne l’impatto, è la presenza dell’industria americana dello scisto, che può rispondere abbastanza rapidamente per colmare carenze e prezzi più alti. Prodotto dai frammenti di rocce di scisto bituminoso mediante i processi di pirolisi, idrogenazione o dissoluzione termica, ha costituto a lungo una rassicurazione per il mercato statunitense e occidentale. Tuttavia, secondo i membri dell’OPEC, nel 2020, la crescita dell’estrazione di petrolio di scisto negli Stati Uniti rallenterà rispetto al periodo precedente. Ma un rallentamento non significa la fine della produzione. Mentre le compagnie indipendenti statunitensi di shale oil annunciano tagli alla spesa, è probabile che i principali attori del mercato petrolifero continueranno ad aumentare la produzione, queste le stime Bloomberg.

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