Ci sono emergenze che possono essere chiamate in questo modo ed altre che dipendono dai venti politici dominanti. La necessità di rispondere con un blitz economico e politico alle problematiche a cascata causato dal coronavirus all’economia italiana ha garantito a Roma la tanto agognata flessibilità sui conti in sede europea.

Bruxelles ha infatti aperto a Roma per uno sforamento del deficit pari allo 0,2% del Pil, i 3,6 miliardi di euro per le misure annunciate dal ministro Roberto Gualtieri, in una fase in cui l’Europa è bloccata dalle infruttuose discussioni sul bilancio pluriennale 2021-2027 e dopo un finale di 2019 in cui all’Italia era stato negato ogni spazio per “superdeficit” miranti ad attività di investimento e sviluppo.

Questo apre la strada a una serie di considerazioni sulla capacità dell’architettura europea di rispondere a crisi sistemiche e choc esogeni e, in generale, sulla retorica che domina i ragionamenti di politica economica in sede comunitaria.

Esistono emergenze e emergenze

In primo luogo, la discussione sulla natura emergenziale della risposta al coronavirus apre un confronto su cosa debba essere definito in tal modo per giustificare il passaggio a politiche economiche più espansive. “Ma se questo è possibile oggi, perché non era possibile ieri?”, si scriveva su Kritica Economica. “Se si può spendere per affrontare l’emergenza coronavirus, perché non si può spendere per risollevare il Paese da una crisi ultradecennale? Non sono emergenze la disoccupazione, l’emigrazione, la dispersione di conoscenze e la mancanza di investimenti?”.

Per anni i media e diversi esponenti politici hanno demonizzato la spesa in deficit, elogiato il taglio alla spesa pubblica che portava con sé il ridimensionamento di settori chiave come gli investimenti produttivi, la sanità e l’istruzione, addirittura considerato anatema ogni scostamento dalle linee guida comunitarie.

La flessibilità e il bilancio europeo

L’Unione europea, poi, si trova a litigare per il bilancio comunitario mentre l’Italia chiede spazio di manovra sui conti. La programmazione pluriennale si annuncia difficoltosa e, nuovamente, all’Europa non sembra venire in mente di inserire meccanismi di pronta reazione alle crisi sistemiche. Emerge da crisi quali quella del coronavirus la necessità di avere a disposizione nell’Unione europea una riserva strategica di bilancio deputata all’intervento diretto contro gli choc sistemici. “Lo scopo principale di tale meccanismo”, sottolinea Osservatorio Globalizzazione, sarebbe quello “di consentire dei trasferimenti di reddito dai Paesi meno in difficoltà a quelli più in difficoltà”. In alternativa, “un second best è quello di avere”, appunto, “un buon grado di flessibilità dei bilanci nazionali al fine di implementare politiche anti cicliche” qualora necessario. Tertium non datur, se non il proseguimento di una situazione di stagnazione che aumenta la vulnerabilità sistemica.

La negazione del problema

Infine, assistiamo a una generale sottovalutazione in tutte le centrali di decisione del potere europeo riguardo la congiuntura in atto. La Commissione europea e la direttrice della Banca centrale europea Christine Lagarde hanno annunciato che per ora il coronavirus non sembra rendere necessario un intervento sistemico, ignorando che la pandemia proveniente dalla Cina si inserisce in un contesto più ampio.

Coronavirus, stallo dei negoziati di bilancio, crollo delle borse, frenata del commercio globale e prossima crisi dei rifugiati costruiscono uno scenario da “tempesta perfetta“. La buriana della crisi globale inizia a farsi sentire in lontananza, e qua nell’Unione europea che pretende di vivere ancora fuori dalla storia il dibattito è sui decimali, sulle immaginate “svolte green”, sugli obiettivi d’inflazione. C’è una latente schizofrenia in un’Unione che al tempo stesso annuncia piani di sovranità tecnologica e nega il rischio di un’epidemia economica internazionale. Per settimane il dibattito si è incentrato su Schengen, le frontiere e l’opportunità o meno di chiuderle per il coronavirus, ignorando il rischio di un contagio sistemico. Che rischieremo di pagare a caro prezzo.

Rischio recessione?

L’Italia rischia seriamente di finire in recessione nel contesto di crisi e sfiducia: non è il coronavirus, quanto lo schema complesso in cui si inserisce, ad assestare il colpo ad un’economia anemica, come sottolinea sull’Huffington Post l’economista Alberto Quadrio Curzio: “Ci sarà un ulteriore rallentamento, con danni settoriali su alcuni comparti (soprattutto turismo e servizi) e sistemici per l’insieme delle attività produttive. Difficile quantificarlo ora perché si va da ipotesi di un rallentamento da 0,1 a 1 punto di Pil. Per un paese che (dopo la peggiore recessione del Dopoguerra) aveva ripreso a crescere dal 2015 al 2017 rallentando poi nel 2018 e nel 2019, entrare di nuovo in crisi è molto grave”.

Da valutare, in questo contesto, le ripercussioni sulla Germania e, a cascata, sull’Europa. Il colpo doppio del calo delle forniture della manifattura lombardo-veneta e delle richieste dal mercato di sbocco cinese colpirebbe al cuore Berlino, già caratterizzata da un contesto di elevata difficoltà economica, mentre su scala europea si assisterebbe a un considerevole effetto domino.

Lo scenario paventato dalla banca d’affari giapponese Nomura a metà febbraio prevedeva, in una fase di avanzamento del coronavirus, un’entrata dell’Eurozona in recessione (-0,1%) nel 2020. Sovrapponiamo il restante scenario di crisi e incertezza e ci troviamo di fronte a un problema di ampio respiro in cui l’idea di tornare a spendere a deficit in maniera anticiclica non deve più essere considerato un tabù.

Ciò che risulta fortemente ridimensionato, nel discorso qui presentato, è il ruolo del Patto di stabilità e crescita dell’Unione, delle sacre “regole” sui conti (60% di rapporto debito/Pil, 3% deficit/Pil e così via) che Paesi come la Germania, del resto, violano da tempo sistematicamente in campo di avanzo della bilancia commerciale. Regole troppo rigide e sfruttabili politicamente di fronte all’accettazione selettiva di cosa può essere definito emergenza e cosa no, inabili a garantire stabilità sistemica all’Europa, portate avanti da istituzioni che non riescono ad agire col necessario coinvolgimento e con la doverosa energia politica di fronte alle crisi. Le conseguenze economiche del coronavirus potrebbero essere eclissate dalle sue conseguenze politiche: un’attestazione definitiva delle rigidità eccessive che i Paesi europei si sono autoimposti. E che diventano camicie di forza in periodi turbolenti.

È un momento difficile
STIAMO INSIEME