Dall’Italia alla Germania, passando per la Francia. In Europa crescono le critiche al Mes, considerato nel migliore dei casi un trattato da rivedere e nel peggiore un meccanismo infernale e mangiasoldi. La posizione del nostro Paese è ormai nota: Conte ha avallato la riforma del Meccanismo europeo di stabilità senza prima informare il Pralamento , e lo ha fatto anche se le novità previste dalla modifica del Fondo salva-Stati – nonché il suo stesso funzionamento – cozzavano con gli interessi economici dell’Italia. Il risultato è che mentre una piccola parte della maggioranza continua a sottolineare l’esigenza di mettere al più presto in cassaforte il nuovo Mes, il resto della politica italiana non ha alcuna intenzione di accettare l’ennesimo boccone avvelenato da Bruxelles. Negli altri Paesi europei la situazione non è tanto diversa, visto che anche oltre i confini della “riottosa” patria italica stanno prendendo forma vari focolai di proteste riguardanti il Mes. Certo, le prospettive sono diverse rispetto a quelle italiane ma il punto di convergenza è comune: questo trattato non piace a nessuno, se non a una sparuta minoranza di tecnocrati.

Tutti contro il Mes

L’allarme che risuona dalla Senna al Reno è che il Mes, così come vogliono confezionarlo, potrebbe comportare conseguenze negative non solo per i singoli Paesi ma anche per l’intera Eurozona. Al di là di economisti ed esperti, adesso anche numerosi politici non italiani hanno iniziato a esprimere tutte le loro perplessità sulla riforma del trattato. L’ex consigliere dell’ex premier belga Herman Van Rompuy, Shahin Vallée, è stato chiarissimo quando su Twitter ha scritto che la citata riforma “non vale la carta su cui è scritto”. Vallée non è certo un incompetente o uno sprovveduto, visto che è fellow al German council on foreign relations. Il suo consiglio all’Europa è emblematico: “L’Eurogruppo e l’Eurosummit di dicembre dovrebbero rinviarne l’approvazione”. La motivazione è semplice: riformare il Mes indebolirebbe “il ruolo della Commissione e la possibilità di controllo da parte dell’ Europarlamento”. In altre parole, Parlamento europeo e Commissione europea, due dei pilastri dell’Ue, rischierebbero di ritrovarsi sottomessi a un trattato economico e finanziario. Ma non è finita qui, perché è anche il funzionamento del fondo salva-Stati a non convincere Vallée: otto Paesi su 19 (ovvero il totale di quelli compresi dal Mes) contribuirebbero infatti a rifocillare le casse del Fondo senza però trarne alcun vantaggio.

Le altre posizioni critiche

Vallée arriva addirittura ad appoggiare le polemiche sollevate dall’Italia: “Giusto obiettare sull’introduzione delle clausole a maggioranza singola e sul coinvolgimento del settore privato”. Già, perché il Mes non implica la ristrutturazione automatica del debito per quei Paesi che dovessero chiedere l’aiuto del Fondo, ma la riforma prevede una semplificazione delle clausole citate, le quali hanno il compito di agevolare l’iter proprio della ristrutturazione del debito (toccando anche i privati). La modifica definita da Pierre Moscovici “fondamentale” è invece bollata da Vallée come “un passo indietro, più che un progresso”. A condividere con l’economista una posizione analoga è anche Andrew Duff, ex europarlamentare britannico nonché presidente del gruppo federalista “Spinelli”, e il tedesco Christian Odendahl, capo economista del think tank Centre for european reform. Alla lista dei dubbiosi si aggiunge anche Jean Pisani Ferry, consigliere dell’ex primo ministro francese Manuel Valls: “Il governo dell’ Eurozona ha fallito nel tentativo di riparare il tetto quando il sole stava splendendo. Domani l’ Eurozona potrebbe essere ancora più divisa dal punto di vista politico e i cittadini ne hanno abbastanza”.