Esistono tanti modi per affrontare un nemico senza per forza ricorrere alla guerra. Uno di questi consiste nel proiettare la rivalità nei settori strategici chiave per il rafforzamento delle rispettive politiche. Gli Stati Uniti hanno adottato alla lettera questo principio ostacolando la Cina senza fin qui sparare una sola munizione; con la guerra dei dazi, l’inserimento nella entity list delle aziende cinesi più importanti e, di recente, con l’aumento degli investimenti in Africa. Il Giappone, fedele alleato di Washington, ha più o meno la stessa esigenza degli americani di rallentare l’ascesa di un vicino, il Dragone, diventato ormai troppo ingombrante e pericoloso. Il piano di confronto tra le due potenze asiatiche si sposta adesso in Africa, un’area in cui si gioca una partita silenziosa per il predominio del Continente Nero. E, indirettamente, per il controllo dei traffici commerciali più ricchi del mondo e l’accesso ai materiali necessari per l’industria tecnologica del futuro.

Testa a testa in Gibuti

Cina e Giappone possiedono una sola base militare all’estero. Sia Pechino che Tokyo hanno puntato sul Gibuti, un piccolo Paese africano che, grazie alla sua posizione geografica, permette di avere un avamposto a pochi passi dallo stretto di Bab-el-Mandeb. Da qui passano le navi cinesi dirette nel Mar Mediterraneo via Canale di Suez, e sempre da qui passano le imbarcazioni dirette nell’Oceano Indiano e quindi in Asia. Certo, i pirati minacciano gli affari della Cina così come del Giappone, ma non è stata solo questa minaccia a spingere i due governi a investire nel Gibuti. Anche gli Stati Uniti hanno il loro contingente in loco e, date le piccole dimensioni dello Stato africano, tutti si trovano a pochi passi l’uno dall’altro, con rischi e pericoli connessi.

La strategia di Pechino

La base cinese ospita fino a 10.000 persone tra civili e soldati ed è pensata, a differenza del contingente giapponese, per agire su larga scala. Oltre alle varie missioni anti pirateria, la Cina deve tutelare i propri affari anche sulla terra ferma. La Nuova Via della Seta di Xi Jinping passa proprio dal Gibuti, e utilizza questo Paese per estendere i suoi tentacoli infrastrutturali e diplomatici nel resto dell’Africa. Gli Stati Uniti, preoccupati dell’enorme influenza raggiunta da Pechino nel Continente Nero, ha pensato di incrementare gli investimenti in loco, ma Washington deve rimontare un gap piuttosto significativo. Usare il Gibuti come hub logistico: il disegno cinese è abbastanza semplice.

La strategia di Tokyo

Diversa è la strategia del Giappone, che non ha gli stessi interessi sull’Africa della Cina nonostante Tokyo detenga quasi il monopolio della Toyota nel settore automobilistico locale e sostenga diverse operazioni umanitarie e di sviluppo nella regione. La base militare nel Gibuti giapponese ospita meno di 200 persone ed è vicinissima al Camp Lemonnier degli Stati Uniti, tanto che c’è chi ha ribattezzato l’avamposto nipponico una dependance del sito americano. Il Giappone da un lato vuole tutelare le proprie imbarcazioni commerciali che transitano nello stretto di Bab-el-Mandeb e intensificare la pesca nelle acque circostanti, dall’altro, soprattutto, intende ostacolare l’avanzata cinese. La presenza del Giappone in Africa, quindi, può essere letta come un tentativo di bilanciare, assieme agli statunitensi, il peso geopolitico di Pechino. Chissà, poi, se in futuro il governo giapponese deciderà di usare la base militare anche per coinvolgere gli Stati africani nel progetto alternativo alla Nuova Via della Seta ideato da Abe Shinzo, la cosiddetta Free and Open Indo-Pacific Strategy (Foip).