La Germania ha tra le mani un problema che rischia di essere più grande del previsto. L’economia tedesca ha mostrato le prime crepe, non particolarmente grandi ma quanto basta per spaventare l’opinione pubblica. Berlino ha minimizzato, e anzi ha fatto capire che tutto è in ordine preparando un bel pacchetto di politiche contro i cambiamenti climatici dal costo complessivo di circa 100 miliardi da spendere entro il 2023. Il guaio enorme è che gli ultimi dati, per la Germania, hanno lo stesso effetto di uno schiaffo in pieno volto: come sottolinea IlSussidiario.net, i dati usciti ieri riguardanti l’indice di fiducia delle imprese (Ifo) fotografano alla perfezione una recessione del Pil del -6%.

La locomotiva tedesca si è inceppata

Il rallentamento tedesco sta per trasformarsi in brusca frenata perché all’orizzonte né Angela Merkel né tanto meno l’Unione europea hanno intenzione di risolvere la faccenda nel modo che sarebbe più consono: aprendo il rubinetto degli investimenti. Invece no, la Germania continua la convivenza ormai forzata con l’austerity. Il modello incarnato da Berlino riflette le contraddizioni dell’intero modello europeo, che fin qui ha tirato un sospiro di sollievo con l’arma della svalutazione dell’euro. In mezzo a questo immobilismo generale, intanto, fa capolino una recessione potenzialmente letale per tutta l’eurozona. Italia compresa.

L’austerity non basta più

Gli Stati Uniti hanno trovato una strada ben precisa per curare il proprio sistema economico: riequilibrare i loro rapporti commerciali con i maggiori soggetti globali, a cominciare dalla Cina pigliatutto. I dazi di Trump hanno, almeno superficialmente, l’obiettivo di demolire i vantaggi di quei Paesi, come ad esempio la citata Cina, ma anche Giappone, India e via dicendo, che sono cresciuti mangiando sulle spalle di Washington. Ecco, l’Europa non ha una strategia organica e coerente. Bruxelles passa dalle “magie” di Draghi alla completa austerity, ma entrambe le misure costituiscono un debole effetto placebo. Al momento l’unica idea venuta all’Europa è quella di attuare una svalutazione dell’euro pari al 30% sul dollaro, oltre a spingere per una ulteriore austerity, con gravi danni a milioni di cittadini europei. Se infatti l’arte del risparmio è una strategia che funziona con gli Stati del nord Europa, lo stesso non può dirsi per l’area mediterranea, che vede l’austerity come un vero e proprio incubo.

Un modello economico da cambiare

Tornando alla Germania, il contraccolpo dell’economia tedesca per forza di cose coinvolge anche l’Italia, visto che la Baviera e dintorni rappresentano il primo mercato estero di sbocco per una buona parte del made in Italy settentrionale (e non solo). Fra le tante spine con chi deve fare i conti Berlino c’è quella riguardante il settore auto, nonché la principale industria del Paese che vale circa il 12% del suo pil. Lo scorso maggio la produzione industriale è calata del – 3,7% su base annua per l’ottava volta negli ultimi 12 mesi, mentre il manifatturiero ha registrato addirittura un secco – 4,1%. Secondo alcuni esperti la Germania dovrebbe cambiare il paradigma sul quale affonda le radici il proprio modello economico, perché affidarsi solo ed esclusivamente alle esportazioni, con scaglie più o meno grandi di austerity, è quasi un suicidio. Soprattutto in questa particolare fase, nel bel mezzo della guerra dei dazi fra Cina e Stati Uniti (e la Cina fino a pochi mesi fa rappresentava un vero e proprio toccasana per il settore auto tedesco). Dunque si cercano soluzioni. La più immediata? Puntare sugli investimenti pubblici. Fra ponti traballanti e infrastrutture da rivedere, i tecnici sostengono che occorrerebbero almeno 150 miliardi di euro di investimenti. Potrebbe essere la volta buona per riporre nell’armadio l’austerity.

È un momento difficile
STIAMO INSIEME