Il passaggio della pandemia di coronavirus ha portato con sé una crisi economica dalla grandezza sino a questo momento sconosciuta, causando una serie di problematiche che hanno messo in ginocchio la quasi totalità dei Paesi. Con l’aumento delle spese pro capite provocate dagli accorgimenti per limitare i contagi, i licenziamenti e le minori assunzioni e soprattutto la contrazione della domanda, le aziende europee sono state messe di fronte ad una dura prova che – almeno al momento – non sembrano essere in grado di affrontare senza l’aiuto statale.

Tra i Paesi più colpiti e nonostante la solidità che aveva dimostrato la propria economia c’è anche la Germania, con una contrazione del Pil atteso vicino al 6%, nonostante gli innumerevoli interventi già messi in campo da Berlino e che hanno causato una spesa pubblica superiore ai 400 miliardi per il 2020. E in questo scenario, dunque, il governo federale tedesco e il ministro delle finanze Olaf Scholz hanno deciso di continuare a immettere liquidità nell’economia tedesca, con una manovra in deficit – secondo quanto riportato dal quotidiano tedesco Der Spiegel – di circa 96 miliardi di euro.

Le paure di Scholz

A causa del crollo della domanda interna – cuore pulsante del commercio tedesco – le aziende tedesche non sono riuscite ad affrontare nel migliore dei modi il passaggio della pandemia di coronavirus. Con il gruppo Daimler che ha annunciato infatti da qui al 2030 il licenziamento della metà del personale e con tutti i settori in grave crisi, la sensazione a Berlino è quella che, per riprendersi dalla crisi, sarà necessario almeno un lustro. E in questa situazione, dunque, la Germania potrebbe conoscere il più grande stop dalla seconda guerra mondiale.

In vista delle elezioni federali del 2021 e a causa della sua candidatura alla cancelleria, Scholz non può permettere che la sua immagine venga legata a quella di un ministero delle finanze troppo fermo su posizioni rigoriste e vincolate all’immobilismo in tema di intervento pubblico. Il rischio, infatti, sarebbe quello di “giocarsi” i voti dell’imprenditoria tedesca e di tutte quelle persone che, a causa della crisi, si sono ritrovate in disoccupazione. E in questo scenario, dunque, difficile non intravedere nella sua decisione un tentativo di non perdere terreno nei confronti dei propri avversari, proprio in quell’occasione che potrebbe portare la sua figura al vertice della politica tedesca, scalzando la decennale guida di Angela Merkel.

Agire adesso per non rincorrere in futuro

Dietro alla mossa di Berlino, però, si intravede anche una scelta legata al futuro meno prossimo del Paese e legata alle tempistiche necessarie per la ripresa economica. Differentemente da quanto attuato da altri Stati, infatti, la Germania ha optato per una politica invasiva, volta a dare immediata liquidità ai settori per affrontare l’impatto con la recessione e permettendo – nelle volontà federali – dunque di attutire le perdite per ripartire più velocemente. Tutto questo, evitando un piano di sussidi lungo nel tempo che, col passare degli anni, potrebbe risultare più costoso e potrebbe al tempo stesso non raggiungere i medesimi obiettivi.

Ma non solo: la decisione di Berlino è legata anche ad un fattore di competitività internazionale. Con tutte le aziende europee in difficoltà, permettere alle proprie imprese di continuare le produzioni nonostante la ridotta domanda potrebbe risultare discriminante per una maggiore competitività in ottica futura, salvaguardando dunque l’immagine stessa della “inarrestabile” locomotiva tedesca. E questo elemento, forse più di tutto, ha pesato sulle decisioni del governo federale tedesco in materia economica.

Tuttavia, per l’ennesima volta una capacità di manovra della Germania decisamente superiore rispetto a quella degli altri Paesi pone davanti alla questione di come ci sia una sostanziale ineguaglianza di trattamento tra i Paesi dell’Europa. Considerando comunque valida la tesi della differente “affidabilità”, è vero però che Berlino pare non avere limiti di spesa quando si tratta di operare in deficit; vantaggio questo che non è sempre stato riconosciuto agli altri membri dell’Unione europea – come l’Italia. E in questo scenario, dunque, impossibile non incappare nel dubbio che, a seconda dei Paesi e dei governi insediati, Bruxelles sia solita utilizzare due pesi e due misure.