“Siamo convinti che la deglobalizzazione stia probabilmente innescando un cambiamento nel modo in cui viene creato valore finanziario: invece della creazione di efficienza, si tratta della creazione di resilienza“. Thomas Friedberger, vicedirettore generale di Tikehau Capital, ha espresso al Financial Times le motivazioni profonde di perché ritiene sempre più dualmente pervasive le dinamiche dell’economia globale a trazione finanziaria e gli scenari di crisi globali.
Tikehau, fondo francese basato a Parigi attivo con quasi 50 miliardi di euro di asset, è tra i primi operatori europei ad aver inserito tra i suoi prodotti un Fondo sovrano europeo destinato alla creazione di valore finanziario negli scenari critici per la sicurezza collettiva. E di recente Christian de Roualle, equity fund manager di Tikehau, ha spiegato a Focus Risparmio, che le pulsioni geopolitiche stanno spingendo gli investimenti in diversi settori, dai semiconduttori alla difesa, su cui anche gli operatori privati si vanno concentrando.
Il caso Tikehau è complesso ma non isolato. Il Ft ha ricordato in un’ampia analisi come nei palazzi dell’alta finanza mondiale entri sempre più un calcolo attivamente geopolitico nel definire le priorità di investimento.
La resilienza delle catene del valore e dei flussi di fornitura è da interpretare su più fronti: primo, quello degli approvvigionamenti da attori ritenuti credibili (like-minded, nel mondo anglosassone) per le materie prime e i semilavorati industriali. Secondo, non meno importante, la resilienza alle sanzioni e all’uso geopolitico del diritto che eviti l’applicazione di quella che nel fortunato titolo di un libro sul tema della competizione strategica nel campo della lex mercatoria il ricercatore Luca Picotti ha definito “la legge del più forte”. Terzo, la resilienza dell’economia, della finanza, delle imprese ai colli di bottiglia della globalizzazione. Possano essere quelli immateriali dei flussi dati che diventano terreno di confronto o quelli fisici delle aree di guerra e contrapposizione. sempre più ribollenti nel mondo.
Ormai la cultura della sicurezza è un obbligo strategico per le organizzazioni. Finita l’epoca della globalizzazione just-in-time, in cui erano le transazioni giornaliere a fare i flussi commerciali e finanziari e ci si illudeva che nella Flatlandia del libero mercato dove passavano le merci mai più sarebbero passate le armate di terra e mare, torna la doverosa necessità di programmare. Del resto, ricorda il Ft, “molte aziende hanno reclutato figure esperte per fornire consulenza interna”.
La prestigiosa testata della City di Londra fa alcuni esempi di ibridazione profonda tra sicurezza nazionale e business: “La banca d’investimento boutique Centerview ha recentemente assunto Richard Haass, ex capo del Council on Foreign Relations, come consigliere senior. Lord Mark Sedwill, ex capo del servizio civile britannico, è membro del comitato di rischio di Rothschild, mentre Schroders ha portato l’ex ambasciatore britannico in Cina, Sir Sebastian Wood, e Sir Nicholas Carter, ex capo dello staff della difesa nel Regno Unito, per fornire consulenza sulla geopolitica e sulla gestione dei conflitti internazionali”.
Potremmo proseguire: abbiamo visto di recente la vendita della rete Tim al fondo americano Kkr, avente tra i suoi partner l’ex comandante della Cia, generale David Petraeus. Velta Holding ha arruolato nell’advisory board il generale Usa Wesley Clark a inizio anno. Casi simili toccano anche l’Italia. Due esempi per tutti. Giampiero Massolo, già a capo del Dis, l’organo di coordinamento dei servizi segreti, presiede Mundys, l’azienda erede di Atlantia, holding della famiglia Benetton; dal 2020 al 2023 Alberto Manenti, già brillante capo dell’Aise, è stato nel consiglio di amministrazione del Banco Bpm. Sempre più nelle organizzazioni finanziarie o a trazione diretta sull’economia l’aver avuto una preparazione attenta alla politica globale o aver maneggiato dossier scottanti è ritenuto un plus professionale per navigare, nel mondo di oggi, acque agitate.
La geopolitica diventa un fattore chiave da analizzare per il successo di un’organizzazione che voglia competere sul mercato e certe esperienze sono, nei mondi più lungimiranti, sempre più valorizzate. La “cultura della sicurezza” diffusa che da ciò può emergere non va sottovalutata e, oggi più che mai, è bene ricordare che è fonte di business solo ciò che è sostenibile politicamente sul lungo periodo. Un cambio di paradigma in un mondo dalla globalizzazione sempre più incerta.