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Il D-Day della finanza italiana è arrivato. L’assemblea dei soci di Assicurazioni Generali prevede scintille mentre i nomi più altisonanti e visibili del sistema bancario e finanziario italiano si preparano alla battaglia di Trieste. La posta in palio è da capogiro: il controllo del Leone di Trieste, la più grande impresa italiana completamente privata in termini di fatturato, uno dei maggiori gruppi assicurativi del continente europeo e, last but not least, un garante fondamentale del debito pubblico italiano, di cui ha in pancia 37 miliardi di euro.

Mediobanca contro Delfin-Caltagirone, a Trieste come a Milano

La battaglia sarà tra due cordate, una riedizione della sfida del 2022. Da un lato, la lista del Cda uscente, guidata dall’ad Philippe Donnet e dal presidente Andrea Sironi, ex rettore della Bocconi. A sostenerla il primo azionista di Generali, Mediobanca. Dall’altro, la lista messa in campo da Francesco Gaetano Caltagirone, costruttore romano e editore de Il Messaggero, che include figure di spicco tra i grand commis delle partecipate come Flavio Cattaneo e Fabrizio Palermo.

A sostegno di Caltagirone, che detiene il 7% del capitale, il 10% di Delfin, la finanziaria degli eredi del fondatore di Luxottica, Leonardo del Vecchio. Il duo Caltagirone-Delfin ha un conto aperto con Generali e uno apertissimo con Mediobanca. Il nemico numero uno è l’ad di Piazzetta Cuccia, Alberto Nagel, che li ha sconfitti prima a Trieste nel 2022 e poi nella battaglia per il controllo della stessa Mediobanca, di cui Caltagirone e Del Vecchio sono stati a lungo i primi due azionisti, nel 2023. Dunque, tante partecipazioni e tanti lauti dividendi senza potere gestionale per l’asse di finanzieri più attivo degli ultimi anni.

Ma ora Caltagirone e Delfin stanno cercando di terremotare il sistema. A novembre sono entrati nel capitale di Monte dei Paschi di Siena e, sostenuti dal governo italiano azionista all’11%, hanno sponsorizzato un’offerta pubblica d’acquisto di Rocca Salimbeni direttamente su Mediobanca.

L’offensiva è su due fronti. Mediobanca deve vincere oggi e poi difendere la sua roccaforte. Il governo di Giorgia Meloni è parte attiva, indirettamente, nella partita di Generali. La posta in gioco è importante: aprire una fetta di sistema finanziario alla destra di governo, in asse con il partito romano e finanzieri in cerca di riscossa. La partita per Generali sembra aperta: Milano Finanza nota che Mediobanca ha radunato i grandi fondi in sostegno alla riconferma del duo Donnet-Sironi, ma c’è una grande novità nel fatto che a sostenere la lista di Caltagirone ci sarebbe anche Unicredit.

La testata di Via Burigozzo spiega che Unicreditha il 6,5% di Generali”, e la scelta del Ceo Andrea Orcel “sarebbe quella di sostenere la lista di minoranza di Caltagirone. Un segnale di discontinuità verso l’attuale governance della compagnia, ma soprattutto un’apertura nel sostegno al governo che sembra gradire un nuovo assetto a Trieste”, nel contesto di una partita “che passa anche per l’offerta annunciata da Montepaschi su Mediobanca”.

Perché Unicredit e Orcel cercano la sponda col governo? La risposta sta nei dubbi che animano Piazza Gae Aulenti di fronte alla recente imposizione del golden power a Unicredit da parte del governo per un altro affare, la scalata a Banco Bpm su cui sono state imposte pesanti prescrizioni, dalla dismissione delle attività in Russia al mantenimento di una rete di filiali in Lombardia e Veneto.

Unicredit, Bpm chiama la mossa su Generali

Prescrizioni che, secondo il Dpcm comunicato da Roma a Unicredit, “in caso di inadempimento o violazione delle prescrizioni imposte dal decreto” rischiano di costare alla banca di Orcel una maxi-multa che nel peggiore dei casi potrebbe toccare l’insostenibile cifra di 20 miliardi di euro!

Chiaramente Orcel deve trattare per non minare una strategia d’espansione accuratamente seguita negli ultimi anni. E in Generali può arrivare un messaggio di apertura. Resta il grande dubbio: in che misura saranno chiare dinamiche di mercato a determinare il futuro di colossi come Generali e quanto, invece, la sovrapposizione tra politica e logiche di cordata vada in parallelo alle priorità gestionali. Il via libera “negoziale” di Orcel può essere interpretato come un tentativo di cercare una sinergia maggiore col governo, anche se per forma mentis il banchiere romano sarebbe più assimilabile alla cordata dei Donnet e Nagel.

La leva di tutto ciò è lo strumento del golden power, che è stato contraddistinto, ha scritto l’avvocato Luca Picotti in maniera pertinente, “dall’estensione raggiunta negli ultimi anni, sia soggettiva che oggettiva”, che “consente di utilizzare lo strumento, in quanto di fatto astrattamente applicabile ad una mole consistente di operazioni, semplicemente come leva, finanche minaccia, termometro di ostilità politica o meno” verso un soggetto economico. Questa è la nuova era della commistione tra sicurezza economica e sicurezza nazionale. Certe dinamiche saranno da maneggiare con cura. Dall’esito della partita di Generali ne capiremo la portata.

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