La vendita di gas naturale ha sempre rappresentato per la Russia una delle principali fonti di sostentamento economico. La pandemia di Covid-19 ha tuttavia stravolto i piani del Cremlino. Basta dare un’occhiata ai numeri: nel secondo trimestre dell’anno i guadagni derivanti dalle esportazioni di oro in giro per il mondo (3,6 miliardi di dollari) hanno superato quelli inerenti all’esportazione di gas (3,5 miliardi). È un fatto inedito, verificatosi per la prima volta negli ultimi 30 anni.

Per capire cosa sta succedendo bisogna per forza di cose parlare di Gazprom, il colosso energetico leader mondiale sia per la vendita di petrolio che di gas naturale. Nel periodo nero il calo è stato notevole: si parla di un calo degli utili pretasse pari all’82%.

In occasione del Tyumen Oil and Gas Forum, l’amministratore delegato di Gazprom Neft, Aleksander Djukov, ha fornito una sua previsione anche in merito al calo della domanda di petrolio: “Vediamo un rallentamento nella ripresa della domanda. Naturalmente, il motivo principale è che la pandemia non è ancora passata. Molti paesi si aspettano o hanno già affrontato una seconda ondata. Possiamo sperare che nella seconda metà del prossimo anno raggiungeremo il volume di consumo del 2019”. Nel trimestre nero citato, ha sottolineato Repubblica, Gazprom ha perso la bellezza di 116 miliardi di rubli (circa 1,4 miliardi di euro).

Le ragioni del profondo rosso

Il Covid è senza ombra di dubbio uno dei motivi alla base del rallentamento di Gazprom. Ci sono però altri fattori da considerare. Da un punto di vista geopolitico, a differenza del passato, oggi molti Paesi che prima importavano gas e petrolio riescono a camminare con le proprie gambe. È il caso, ad esempio, degli Stati Uniti, diventati a loro volta leader anche nel mercato del gas.

Tornando alla pandemia, l’emergenza sanitaria ha bloccato per settimane la domanda e costretto le navi gasiere a cambiare rotte. Niente più Cina, Giappone e Indonesia: mete, queste, sostituite con l’Europa. Il piatto piange e Mosca, in qualche modo, deve tornare a rimpinguare le proprie entrate derivanti dalla vendita di gas. Che fare?

La mossa di Gazprom è quella di puntare sull’Asia. O meglio: sulla ripresa del continente asiatico. Dal momento che l’eccesso di offerta di gas in Europa ha provocato un abbassamento dei prezzi, il colosso russo ha scelto di affidarsi all’estremo oriente. La conditio sine qua non è una: sperare che all’interno dei Paesi asiatici la domanda possa presto ripartire.

Il “salvagente” cinese

Inutile girarci intorno: la vera (e ipotetica) ancora di salvezza per Gazprom si chiama Cina. Lo Stato cinese, coni suoi 1,4 miliardi di abitanti, rappresenta un bacino enorme, tale da metter sul piatto richieste capaci di rifocillare le casse dell’azienda russa. Non a caso, ha sottolineato Reuters citando le stime di Interfax, tra luglio e agosto – i mesi più complicati – Gazprom ha aumentato le sue forniture di gas alla Cina fino a raggiungere i 12 milioni di metri cubi al giorno (rispetto ai circa 10 milioni di metri cubi al giorno di giugno). E lo ha fatto attraverso il gasdotto Power of Siberia.

Secondo quanto riportato da Economic Times, Gazprom sarebbe inoltre in trattativa per aumentare i flussi annuali di gas verso il mercato cinese da 6 miliardi di metri cubi a 44, sempre attraverso il medesimo gasdotto citato. Ricordiamo che l’obiettivo della Russia, prima della pandemia, era quello di raggiungere il pieno potenziale del gasdotto di 38 miliardi di metri cubi all’anno entro il 2025. Certo è che le notizie provenienti da oltre la Muraglia lasciano intravedere la luce in fondo al tunnel. La Cina è uno dei pochi Paesi ad aver superato lo choc economico collegato agli effetti del coronavirus nel mondo. Come detto, se ripartono i consumi riparte anche la domanda. E Gazprom non vede l’ora che ciò possa accadere.

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