L’Italia possiede uno dei tassi di soft power potenziale più elevati del pianeta, forte dell’impareggiabile fascinazione culturale esercitata in ogni continente attraverso intrattenimento, moda, cibo, musica, cultura, storia, arte e lingua. Tale è il livello di persuasione posseduto da tutto ciò che attiene all’italianità, che nazioni come Russia e Cina, pur essendo connotate da una forma mentis imperiale, fortemente identitarie e diffidenti verso le importazioni culturali dall’Occidente, non hanno mai fatto segreto di provare una certa italofilia. Al contrario, ne hanno permesso la diffusione intergenerazionale in ragione della sua innocuità politica.

Le mai celate simpatie italofile provate dai popoli (e dalle dirigenze) di Russia e Cina, sommate a dei rapporti diplomatici storicamente incardinati su una tiepida cordialità anche in tempi di confronto tra i blocchi, dovrebbero incoraggiare l’Italia a trasformare quel radicato e curioso sentimento esterofilo in un veridico instrumentum regni con il quale rapire prima i cuori (l’elettorato) e poi i cervelli (i politici) delle due nazioni.

Differenti e molteplici gli strumenti che l’Italia potrebbe impiegare per penetrare nei meandri dei mondi russo e cinese, facendo leva sul potere morbido per rallentare il ritmo del distanziamento politico provocato dalla guerra fredda 2.0, ma alcuni risaltano più di altri: il cinema per catturare gli occhi, la musica per deliziare le orecchie, la moda per vestire le genti ed il cibo – questa bistrattata ma suadente arma – per stuzzicare i palati, saziare gli appetiti e conquistare i cuori dei loro popoli.

Il cibo italiano in Cina

Se parliamo di diplomazia gastronomica italiana in relazione alla Cina, bisogna per forza di cose considerare le caratteristiche del mercato cinese. Stiamo parlando di una nazione abitata da 1.4 miliardi di persone, dotata di una classe media formata da circa 600 milioni di individui e in costante crescita. Numeri del genere sono emblematici delle occasioni che l’Italia potrebbe trovare oltre la Muraglia. Già, perché Pechino, già dal 2012, è diventato il principale mercato al mondo per il settore Food and Beverage (F&B).

Non solo: secondo altre stime, sarebbe diventato il primo mercato per prodotti alimentari importati al mondo. A cavallo tra il 2006 e il 2018, il consumo cinese di cibo pro capite è schizzato alle stelle, raddoppiando tanto nelle aree rurali che in quelle urbane. Questo consumo ha costituito il più importante volano della crescita dei consumi cinesi nel lasso di tempo compreso tra il 2000 e il 2014. Altro dato da tenere bene in mente: nel 2018 il consumo di prodotti alimentari nelle città è aumentato del +3.4%, mentre nelle aree rurali del +6.7%.

Un’occasione da non perdere

Considerando che la Cina è sempre più leader del F&B, e che l’Italia può vantare uno dei settori più importanti al mondo in questo ambito, è logico attendersi una maggiore presenza italiana oltre la Muraglia. Qualcosa del genere sta già accadendo, anche se a ritmi più bassi di quanto non ci si possa aspettare. Nel primo semestre del 2020, ad esempio, un’elaborazione su dati Istat-Coeweb inerenti all’agricoltura e ai prodotti alimentari di TuttoFood, ha fatto emergere dati interessanti. L’export del F&B italiano ha superato i 22 miliardi di euro, facendo segnare una crescita del +3.5% rispetto allo stesso periodo del 2019. Bene, con 13.7miliardi (+5.4% in un anno) le esportazioni dei prodotti alimentari e della citata agricoltura (3 miliardi, +1.8% in un anno).

I mercati più importanti che hanno consentito il raggiungimento di simili numeri sono stati i seguenti: Giappone, dove è stata segnalata una crescita del +16.9%, Cina (+13,7%) e Oceania (+8%). Insomma, la Cina è a tutti gli effetti un’occasione da non perdere per il F&B italiano. Però il nostro Paese deve rimboccarsi le maniche per sfruttare appieno i vantaggi presenti oltre la Muraglia.

Le prospettive italiane

È vero che il Dragone è ormai il primo mercato al mondo per i prodotti alimentari, che il reddito pro-capite in continua crescita ha modificato i consumi alimentari e che i cinesi più giovani hanno abitudini internazionali. È vero anche che l’export di prodotti alimentari italiani, comprese le bevande, sul mercato cinese è fin qui cresciuto a un tasso medio annuo del +17%. Ma è altrettanto vero che il ruolo ricoperto dalla Cina per l’export italiano è ancora irrisorio, date le potenzialità. Nel 2018 le imprese italiane hanno dirottato verso il gigante asiatico circa 400 milioni di euro di pasta, vino, cioccolato, olio di oliva e altro. Ovvero appena l’1.2% del totale delle vendite all’estero di prodotti alimentari italiani.

Per quanto riguarda la quota del mercato controllata dalle imprese italiane in Cina: anche qui la situazione è migliorabile, visto che due anni fa si contava appena l’1.5% dell’import cinese in alimenti e bevande provenienti dal nostro Paese. Cioè sei volte meno della Francia, tre dell’Olanda e due della Germania. Dati più recenti, aggiornati al 2020, sottolineano come l’Italia esporti meno alimentari e bevande rispetto proprio alla Germania. In realtà bisogna rimarcare una differenza sostanziale. Mentre i prodotti alimentari Made in Italy si rivolgono per lo più a un mercato di nicchia, quelli tedeschi sono di largo consumo e rivolti a tutti. Anche su questo ci sarà da lavorare molto.

La cucina russa parla(va) italiano

L’Italia è stata un valido, storico e pivotale mercato di riferimento della Russia in materia di prodotti agroalimentari ed enogastronomici, dai formaggi ai vini, almeno fino all’introduzione del regime sanzionatorio nell’oramai lontano 2014. Perché la reazione del Cremlino alle sanzioni occidentali, basata sull’applicazione di un contro-regime punitivo avente come bersaglio principale l’industria agroalimentare europea, con lo scorrere del tempo ha condotto ad un “disaccoppiamento agro-gastronomico” di cui non è dato conoscere l’incisività nel medio-lungo periodo.

Numeri alla mano, l’import-export complessivo tra Italia e Russia si è dimezzato dal pre-sanzioni ad oggi, sebbene siamo riusciti, approfittando dei cali simultanei sperimentati da altri concorrenti, a mantenere inalterata la nostra quota di mercato ivi detenuta – pari al 4% – e i nostri imprenditori abbiano ottenuto un ruolo di primo piano nell’ambizioso programma di industrializzazione di sostituzione delle importazioni inaugurato dal Cremlino. Quest’ultimo, che ha condotto alla nascita di iniziative quali Made in Russia with Italy – entusiasticamente partecipata da circa cento associazioni temporanee italo-russe –, è alla base del progressivo diminuire della rilevanza dei beni agroalimentari, gastronomici ed enogastronomici all’interno del succulento (ed italofilo) mercato russo.

I numeri possono rendere l’idea delle dimensioni del “disaccoppiamento agro-gastronomico” in corso tra Italia e Russia, un fenomeno deleterio (quantomeno per noi) sulla cui durata e sulla cui portata aleggia lo spettro della sopraccennata strategia di sostituzione delle importazioni, la quale ha persuaso i produttori russi a ricorrere crescentemente (e con successo) all’arte della copiatura, specialmente nell’ambito formaggi, dal parmigiano alle mozzarelle:

Spiragli di luce

Tutto è perduto, dunque? Non proprio. Perché ai numeri di cui sopra, per ragioni di completezza e correttezza informativa, vanno affiancati anche quelli relativi all’Italia del buon mangiare e del buon bere che resiste, primeggiando nel mercato russo nonostante tutto, ovvero nonostante le pressioni internazionali e nonostante la crescente concorrenzialità:

  • L’Italia continua ad operare nel mercato russo dei vini da una posizione di relativa supremazia, detenendone il 30% (dati 2019), davanti a Georgia (17,5%), Francia (16,2%) e Spagna (15,4%);
  • I “prodotti del Made in Italy non sottoposti ad embargo, cioè vino, pasta, olio […] hanno registrato un aumento di valore” all’interno del mercato russo, come dimostrato dalla crescita costante del fatturato del Gruppo Barilla nella Federazione, che nel solo 2018 ha registrato un +16% sull’anno precedente;
  • L’Italia è il primo fornitore di pasta della Russia, il cui mercato domina in maniera incontrastata: il 46% della pasta quivi importata nel 2018 era di provenienza italiana – un affare da 44 milioni e 200mila dollari;
  • L’Italia è l’unico Paese ad esportare caffè confezionato in Russia: il Made in Italy compone il 25% delle sottosezioni macinato e tostato, che insieme rappresentano più della metà del mercato russo del caffè, e la sua rilevanza complessiva è in aumento;

Tornare ai livelli del pre-sanzioni non sarà facile, e neanche completamente possibile, perché la strategia di sostituzione delle importazioni ha reso e sta rendendo la Russia tanto autosufficiente quanto passionatamente autarchica, ma l’Italia possiede uno strumento di cui altre nazioni sono carenti: la gastro-diplomazia.

Ripartire dal buon cibo e dal buon bere si può e si potrà sempre  perché il Made in Italy è sinonimo di qualità –, ma servono e serviranno sforzi in tal senso, anche per via della crescente tendenza dei russi a comportarsi patriotticamente in materia di consumo e produzione. Quando il regime sanzionatorio verrà meno – perché non è questione di se, quanto di quando –, dovremmo essere lì, pronti a cogliere il momento, facendo ciò che sappiamo fare meglio: toccare le corde più profonde delle anime dei popoli, russo in questo caso, accarezzando i loro palati.

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