Francia: il miliardario Arnault contro la tassa sui miliardari, strizzando l’occhio a Macron

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Un miliardario che si oppone a una tassa contro i grandi patrimoni non fa necessariamente notizia. Ma quando quel miliardario è l’uomo più ricco d’Europa, l’ottavo al mondo per patrimonio e una figura influente nell’imprenditoria nazionale, il peso di queste uscite è giocoforza politico.

Arnault contro la “tassa Zucman”

In Francia ha fatto molto discutere l’uscita di Bernard Arnault, patron del gruppo del lusso Lvmh (Louis Vuitton-Moet Hennessy, di recente citato nel testamento da Giorgio Armani come possibile socio futuro) e al 22 settembre forte di un patrimonio di 143 miliardi di euro (169 miliardi di dollari), contro la proposta della tassa straordinaria avanzata dalla sinistra transalpina come condizione per garantire la sopravvivenza del governo di Sebastien Lecornu.

A proporre la tassa è stato l’economista Gabriel Zucman della Paris School of Economics. Essa si sostanzierebbe in un prelievo del 2% sul patrimonio di chi detiene asset dal valore pari o superiore a 100 milioni di euro.

Zucman, 38 anni, ha ottenuto notorietà nel 2024 quando il capo di Stato brasiliano Lula lo nominò consigliere della presidenza del G20 con l’obiettivo di pensare a una strategia per combattere l’elusione fiscale dei grandi patrimoni nel mondo. Zucman a luglio ha scritto sul Guardian che “oggi le famiglie francesi più abbienti possiedono (tramite vari intermediari finanziari) quasi la stessa quantità di azioni statunitensi (circa 800 miliardi di euro) di quelle del CAC 40 (la borsa francese) (1.000 miliardi di euro)”, proponendo “una politica che neutralizzi e inverta le forze della concorrenza fiscale, della disuguaglianza”.

La sinistra pressa Lecornu

Il Partito Socialista e i Verdi hanno adottato la proposta di Zucman a valle dell’insediamento di Lecornu, la cui coalizione di minoranza di centro-destra, basata sul campo del presidente francese Emmanuel Macron, i liberali di Renaissance, e sulla destra di Les Republicains, appare destinata a far la stessa fine dello schema-fotocopia che appoggiava il decaduto François Bayrou. In sostanza, per ottenere l’appoggio dei due partiti del Nuovo Fronte Popolare alleati a La France Insoumise di Jean-Luc Mélenchon, Lecornu dovrà decidere di sposare un’agenda fiscale più dura verso i grandi patrimoni.

“I sostenitori di questa imposta, come i partiti di sinistra, stimano che lo Stato potrebbe così recuperare tra i 10 e i 25 miliardi di euro all’anno”, contribuendo a contenere il colossale debito pubblico transalpino, nota Le Monde, che aggiunge che la tassa “per i suoi oppositori, rappresenterebbe un rischio per l’attrattività del Paese e potrebbe persino spingere alcuni imprenditori a vendere azioni di società francesi all’estero, o addirittura a delocalizzare”. Tra questi c’è Arnault, che è sceso in campo con durezza, di fatto avallando la linea dell’Eliseo: solo tagli di spesa e austerità contro la crisi del debito, no a trattamenti severi sui maxi-patrimoni.

Per Arnault, 76 anni, la tassa Zucman è animata da”desiderio dichiarato di distruggere l’economia francese”. Per il magnate del lusso è “mortale” l’idea di toccare i grandi patrimoni. Macron ha due opzioni per tenere in vita l’esecutivo della sua coalizione: negoziare con la sinistra o aprire all’estrema destra del Rassemblement National. Entrambi hanno scarsa voglia di avallare l’agenda presidenziale fondata sulla spinta a tagliare il debito senza toccare la pressione fiscale.

L’eredità in bilico di Macron

Macron si gioca un pezzo della sua eredità politica. “Una delle prime mosse del presidente fu quella di diluire l’imposta sul patrimonio netto applicata ai patrimoni personali al di sopra di una certa soglia, sostituendola con un’imposta più restrittiva sui beni immobili”, nota il Financial Times, aggiungendo che il capo di Stato all’inizio del mandato “ridusse inoltre gradualmente l’imposta sulle società dal 33% al 25% e applicò un’imposta fissa del 30% sulle plusvalenze”. L’appoggio di Arnault può consolidarne l’immagine, assieme a quella di Lecornu, di fronte all’élite francese. Ma difficilmente può aiutarlo a riconquistare consensi mentre la sua popolarità è ai minimi a due anni dalla fine del suo mandato conclusivo all’Eliseo e il 10 e 18 settembre scorsi i cittadini francesi hanno paralizzato il Paese contro rigore e austerità.

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