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Francia, Germania, Uk: i giganti del riarmo hanno i piedi d’argilla

Francia, Gran Bretagna e Germania tagliano le spese sociali per la corsa al riarmo ma il consenso dei loro leader sprofonda.
europa

La ricetta è quella più classica delle crisi politiche: un debito pubblico in crescita, un’economia stagnante, la pressione a incrementare la spesa militare, un Presidente impopolare e un Parlamento senza maggioranza. È esattamente la situazione che oggi vive la Francia.

Il premier François Bayrou ha clamorosamente perso il voto di fiducia l’8 settembre sul suo piano di tagli per 43,8 miliardi di euro, indispensabili – secondo l’Eliseo – per riportare il deficit francese dal 5,8% del Pil verso i limiti previsti dall’Eurozona. La manovra congela i sussidi sociali, riduce le pensioni, abolisce due festività nazionali e introduce nuove tasse per i più ricchi. Unico settore in crescita: la difesa. Emmanuel Macron, per accontentare le richieste di Donald Trump ai partner Nato (anche se sarebbe più corretto dire vassalli) ha promesso di portare la spesa militare al 3,5% del Pil entro il 2027. Bayrou era chiamato alla solita “missione impossibile” dei tecnocrati, che poi riflette anche una più generale mancanza di idee: tagliare la spesa senza spegnere una crescita che già oggi sfiora lo zero.

La crisi francese non è isolata. In Germania, l’esecutivo Cdu-Spd ha deciso di raddoppiare la spesa militare e investire grosse somme nelle infrastrutture, ma a costo di un deficit crescente che toccherà i 126 miliardi di euro nel 2029. La scommessa per ora non sembra pagare: i sondaggi danno la destra estrema di AfD quasi alla pari con i cristiano-democratici, e se il cosiddetto “cordone sanitario” contro il nazionalismo dovesse crollare, Berlino potrebbe conoscere un governo mai così “nero” dal 1945.

Oltremanica, il Labour di Keir Starmer se la passa se vogliamo ancora peggio: dalla vittoria larghissima di un anno fa è crollato ai minimi storici per popolarità, la sinistra interna medita rivolte (o di andarsene col neopartito di Jeremy Corbyn) e la destra non sembra persuasa dal suo progetto. Con un debito pari al 103% del PIL, il governo ha tentato di ridurre il Welfare per finanziare la difesa e rendere credibile la sua partecipazione alla Coalizione dei Volenterosi in Ucraina. Risultato? Per ora il Reform Party di Nigel Farage, l’uomo della Brexit dato più volte per morto, è in testa ai sondaggi, e il suo piano per deportazioni in massa degli immigrati potrebbe diventare realtà da qui a qualche anno.

Giganti dai piedi d’argilla

Il comune denominatore in tutti questi “giganti dai piedi d’argilla” – come li chiama il politologo Lorenzo Castellani – è la frattura tra le promesse di riarmo e la realtà economica e sociale. Partiti radicali, sia a destra sia a sinistra, contestano l’aumento delle spese militari e chiedono di concentrarsi sui problemi interni, dall’immigrazione al degrado della vita civile. Per Washington, si tratta di scegliere lo scenario più affidabile: non fidarsi troppo delle promesse europee sul riarmo e tenersi stretti gli alleati storici, oppure cavalcare il risentimento delle destre populiste per destabilizzarne i governi?

In questo quadro, anche episodi apparentemente marginali, come il cosiddetto “caso bulgaro” – il presunto disturbo GPS al volo di Ursula von der Leyen, subito attribuito a Mosca ma poi smentito da Sofia – finiscono per riflettere la fragilità della politica europea. La Commissione ha approfittato di quello che tutti gli effetti si può definire un false flag per invocare più difesa comune, ma i governi restano divisi e l’opinione pubblica scettica. La Polonia, pur antirussa di natura, non vuole Kyiv nella Nato, e il governo tedesco ha rimproverato la presidente della Commissione che parlava di peacekeeping europeo in Ucraina.

L’Europa si trova così sospesa fra retorica geopolitica spaccona e una sostanziale emarginazione geopolitica, con austerità e populismi in crescita proprio come dieci anni fa. Altro che Eurocrisi superata, come ci si augurava con la vittoria di Joe Biden. Di diverso, rispetto alla crisi dei debiti sovrani, c’è solo il boom di spese militari. Una condizione che rischia di minarne credibilità e stabilità. mentre il possibile collasso dell’Ucraina richiederebbe coesione e risorse. I cui frutti potrebbero finire nelle mani dei partiti anti-sistema che si credevano sepolti dal Covid e dalla guerra.

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