I falchi del rigore del Nord, compresa la Germania tornata di forza alla loro testa, sono sotto assedio sulla questione degli Eurobond e della risposta comune europea alla crisi da coronavirus. Nelle ultime ore, dopo l’importante defezione iniziale dell’Irlanda, il fronte del rigore che aveva contribuito al fallimento del recente Consiglio Europeo ha ulteriormente perso pezzi.

Estonia, Lettonia, Lituania e Slovacchia, Paesi gravitanti storicamente attorno all’asse dell’austerità e del rigore sui conti, si sono uniti alla richiesta dei governi che chiedono un meccanismo comune anti-crisi innovativo e non vincolato a clausole sul debitocondizionalità e future misure di rigore. Fronte, quest’ultimo, guidato da Giuseppe Conte, Emmanuel Macron e Pedro Sanchez, con Italia, Francia e Spagna coalizzate in un’inedita alleanza “latina”. Assieme ai quattro ex fedelissimi di Berlino e, più recentemente, del fronte della “Nuova Lega Anseatica” guidata dall’Olanda, anche Cipro ha preferito la strada della solidarietà mediterranea.

Angela Merkel e Mark Rutte sono accerchiati, e i loro alleati nella resistenza all’emissione di Eurobond e in difesa dell’utilizzo del Meccanismo europeo di stabilità (Mes) sono sempre meno e meno affidabili. Forse solo il cancelliere austriaco Sebastian Kurz garantisce reale lealtà in una partita strategica che determinerà, per molti punti di vista, il futuro dell’Unione Europea.

La comunità europea si è presentata fortemente indebolita all’appuntamento con la più grave crisi sanitaria dell’ultimo secolo e con la conseguente recessione mondiale in via di preparazione. La “guerra lampo” di Boris Johnson dopo le elezioni britanniche di dicembre 2019 ha perfezionato la Brexit; di fronte alle guerre commerciali e all’aumentare delle tensioni geopolitiche Bruxelles ha fatto pochi sforzi per adattare il suo rigido modello al rischio di una recessione mondiale; l’addio di Londra ha portato i 27 Paesi membri restanti a una guerra di tutti contro tutti sul nuovo bilancio settennale 2021-2027. Una partita in cui già si intravedevano gli schieramenti che vengono ora allo scoperto.

Dal punto di vista politico l’Europa ha saputo agire solo ritirandosi dal palcoscenico. Concedendo margini di manovra ai Paesi sui bilanci nazionali. Ma spaccandosi di fronte alla richiesta di una risposta comune da parte dei Paesi più colpiti, come i tre del gruppo mediterraneo ora in rivolta contro Berlino e L’Aja. Intente, queste ultime due, in un gioco pericoloso: sfoderare sul fronte interno la potenza di fuoco della propria politica fiscale negando al tempo stesso in campo europeo qualsiasi solidarietà concreta. Il tutto per meglio posizionarsi politicamente in vista dell’avvenire.

Il leader più a sinistra dell’Unione, il premier portoghese Antonio Costa, ha definito “ripugnante” la proposta olandese di indagare sui presunti rilassamenti contabili dei Paesi del Sud Europa che ora chiedono più margini di manovra. Da destra, gli ha fatto eco dall’Italia Matteo Salvini, secondo cui “questa Unione è una schifezza”. “L’altra sera”, nota Repubblica, “i leader hanno dato mandato all’Eurogruppo di avanzare proposte entro due settimane. Già ora però appare quasi impossibile che i ministri delle Finanze, spaccati tra falchi e colombe, possano trovare un accordo sugli Eurobond”. Il rischio di una recessione in doppia cifra e di uno choc sistemico di portata globale non ammorbidisce i falchi.

“Le aspettative politiche”, in questa fase, “si concentrano invece sul Piano di rilancio dell’ economia che leader hanno affidato a Charles Michel e Ursula von der Leyen, presidenti di Consiglio e Commissione. Che, su richiesta di Conte e Sanchez, saranno affiancati da Lagarde, Centeno e Sassoli”. Un gruppo di cinque persone chiamato a battere un colpo: l’Unione europea e la sua retorica vedono il baratro, assieme al mito economicista che considera come giudizi divini i rapporti deficit/Pil, gli spread, i vincoli di bilancio e gli obiettivi di consolidamento fiscale. Spuntata l’arma del quantitative easing fine a se stesso, all’Unione non resta altra scelta di una presa di consapevolezza comune.

Se l’Unione europea non reggerà la crisi sistemica scatenata dall’arrivo coronavirus la colpa non sarà certamente di chi, come l’Italia e la Spagna, ha posto recentemente il veto alle conclusioni di un Consiglio europeo che sarà ricordato per lo straniamento dalla realtà di molti suoi partecipanti e si è accollato la responsabilità di formulare proposte alternative.

Il messaggio che l’adesione di molti Paesi storicamente “nemici” del Sud Europa al fronte degli Eurobond manda è chiaro e cristallino: tempi eccezionali, crisi di questa portata e minacce sistemiche tanto grandi richiedono misure all’altezza, innovative e profondamente efficaci. Da chi con moralismo tante volte ci ha additato, indicandoci come “Piigs”, è arrivata una risposta di pura e semplice ottusità: l’Unione europea non rischia di affondare certamente per colpa della sua componente mediterranea. Ma per una consolidata incapacità di fare i conti con la realtà di chi, anche di fronte alla più grave pandemia dell’ultimo secolo, si è sempre considerato centrale nella sua conduzione. Prendendosi la responsabilità di mandare l’Unione a sbattere.

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