Foxconn, il colosso taiwanese che è il più grande produttore al mondo di dispositivi elettronici e contoterzista di grandi attori tecnologici, ha offerto al presidente eletto degli Stati Uniti Donald Trump una dimostrazione di buona volontà verso l’agenda politica del tycoon repubblicano. Sul tavolo 33 milioni di buoni motivi, anzi di dollari, per far vedere che la proposta di re-industrializzazione degli States propugnata da Trump e la volontà di distaccare parte delle catene del valore dalla Cina trova ascolto nei partner delle multinazionali Usa del settore tecnologico.
A tanto ammonta la somma spesa da Foxconn per comprare un terreno in Texas, a Nord di Houston, dove è in programma l’espansione della sua produzione al fine di sostenere in parte il reshoring per un’azienda che produce molti prodotti di ampissimo costumo come gli iPhone, gli iPad, i cellulari Nokia, Xiaomi e Google Pixel, i lettori per ebook Kindle, le console giochi della Nintendo, le Xbox della Microsoft e prodotti tecnologici di Cisco e altri gruppi simili. L’obiettivo? Mettere parte della produzione al sicuro da una possibile ripresa della guerra commerciale Usa, che del resto già nella fase finale dell’era di Joe Biden sulla tecnologia si è tornata ad accendere, e consolidare l’interdipendenza delle catene del valore tra Asia orientale e Stati Uniti, obiettivo strategico per molti gruppi di Taiwan come il colosso dei chip Tsmc.
Foxconn impiega a Shenzen, nel Sud della Cina, oltre 300mila dipendenti in un maxi-impianto di 3 km quadrati rappresentante la fucina della manifattura tecnologica globale. Da tempo l’azienda sente la necessità di diversificarsi, anche per acquisire nuove fasce della catena del valore tecnologica e poter espandere il suo business. In Texas potrà trovare un clima d’investimento favorevole, come accade nelle vicine terre dell’Arizona, dove si espande Tsmc, ma anche più a Sud, in Messico, a Guadalajara, dove in partnership con Nvidia Foxconn sta costruendo l’impianto di produzione di chip più grande al mondo per realizzare la piattaforma Blackwell sviluppata del gruppo di Jensen Huang, abilitatrice della potenza di calcolo per l’intelligenza artificiale.
E non finisce qui, dato che come ricorda il New York Times Foxconn si sta anche espandendo con piani miliardari in India e Thailandia: “Le mosse di Foxconn sono emblematiche di come le multinazionali, in particolare in Asia, abbiano cercato di ristrutturare le catene di fornitura e di trasferire le attività di produzione negli anni da quando Trump ha avviato una guerra commerciale con la Cina durante il suo primo mandato”. In quest’ottica, “i produttori sperano che avere più produzione altrove possa attenuare il peso del prossimo giro di tariffe reciproche”, anche se replicare il vantaggio di costo cinese non sarà facile e l’impressione è che l’economia di scala di Shenzen sia irripetibile. Ma già il fatto che qualcosa si muova mostra gli sviluppi nell’economia tecnologica globale, in cui la concretezza e l’affidabilità di potenziali alleati industriali plasmano le nuove rotte degli investimenti e del commercio. Restringendo sul fronte concreto quella globalizzazione che la digitalizzazione spinta continua invece, nel campo immateriale, ad espandere.

