Politico.eu e il Financial Times hanno recentemente anticipato i contenuti del documento programmatico che dovrebbe guidare, a partire dal prossimo 1 novembre, l’azione programmatica della Commissione Europea di Ursula von der Leyen, rivelando che le nuove autorità comunitarie starebbero pensando a varare un fondo sovrano europeo capace di rilanciare la competitività dell’Europa nel mondo globale.

Il fondo – che secondo le due testate dovrebbe chiamarsi “European Future Fund” – utilizzerebbe risorse attinte dal bilancio comunitario per mobilitare finanziamenti, sia pubblici che privati, per 100 miliardi di euro da destinare all’impresa europea e al rafforzamento della sua competitività nei settori cruciali per l’economia contemporanea, dunque prima di tutti quelli legati al digitale e alle nuove tecnologie di frontiera, dall’internet delle cose al 5G.

Una risposta alla “sfida americana” (e cinese)?

L’Europa è stata sino ad ora la grande assente nella competizione tecnologica globale. Non è un caso che le grandi imprese digitali che hanno acquisito rilevanza e influenza su scala planetaria abbiano sedi estremamente lontane dal Vecchio Continente. Basta pensare ai “Gafa” (Google, Apple, Facebook, Amazon) statunitensi e ai Bat (Baidu, Alibaba, Tencent) cinesi per capire come i centri nevralgici del potere informatico non lambiscano l’Europa, ma non solo: l’intera filiera del settore vede protagonisti extraeuropei. La lotta tra Stati Uniti e Cina su Huawei, con l’Europa chiamata alla scelta tra il ruolo di gendarme a stelle e strisce e le opportunità economiche del 5G della Repubblica Popolare, è emblematica.

Dopo la seconda guerra mondiale, l’assorbimento dell’Europa nel campo geopolitico guidato da Washington ha fatto perdere all’Europa la capacità di generare, con gli investimenti in industria, capitale umano e ricerca, le tecnologie più all’avanguardia che, come ha magistralmente raccontato Carlo Cipollain Vele e cannoni, è stata la causa principale della sua proiezione coloniale su scala globale tra XVI e XIX secolo.

La scelta delle nascenti istituzioni europee di ridurre lo spazio per la concentrazione industriale e la formazione di veri “campioni” nazionali od europei attraverso le regole sulla concorrenza e il divario strategico con gli Usa portarono all’emersione di riflessioni sul problema del ritardo europeo, che da terra di innovazione si trasformò in terra di “applicazione differita” di tecnologie elaborate altrove. Già nel 1968 il giornalista americano Jean-Jacques Servan-Schreiber pose nei giusti termini la questione nel suo libro La sfida americana. L’autore sottolineava come nel campo tecnologico si sarebbe giocata la trasformazione dell’Europa e degli Stati Uniti in due “civiltà distinte”: “Non diventeremo poveri; anzi, secondo tutte le previsioni, continueremo ad arricchirci. Ma saremo sorpassati e dominati per la prima volta da una civiltà più progredita”. Progredita, fa notare Alessandro Aresu su Limes, non tanto sul piano dello sviluppo sociale quanto nella capacità di mobilitare, consci della sua portata storica, le risorse necessarie alla potenza tecnologica.

La partita, nel frattempo, si è ampliata alla Cina, di cui nel 1968 Servan-Schreiber non poteva prevedere l’impetuoso ritorno nella storia. L’Europa non può permettersi di assistere inerme mentre tra Washington e Pechino si determinano gli equilibri planetari crogiolandosi nell’idea di vivere in quella che Pierluigi Fagan ha definito essere “un’utopia antipolitica” dominata dalle regole dell’economicismo. Se confermata, la mossa della von der Leyen potrebbe segnare l’inizio di una svolta. Ma tale cambiamento è praticabile?

Il fondo sovrano e le regole europee

Di per sè, il fatto che l’Unione Europea si doti di un fondo sovrano non dovrebbe stupire, dato che si sta parlando di uno dei mercati più ricchi e sviluppati del pianeta. Negli anni abbiamo imparato a conoscere il ruolo dei fondi sovrani come proiezione degli interessi di diversi Stati, dal Qatar alla Cina passando per la vicina Norvegia, detentrice di uno dei più ricchi fondi al mondo grazie alla gestione della rendita petrolifera.

Il punto principale riguarda le modalità con cui l’Unione potrebbe, effettivamente, implementarlo. La – se confermata – svolta pro investimenti della von der Leyen, a lungo cultrice dell’austerità e del rigore sui conti, andrebbe salutata con favore, ma l’ex ministro della Difesa di Angela Merkel si troverebbe ben presto di fronte all’arduo compito di implementarla attraverso una modifica delle regole comunitarie. Le stesse Francia e Germania, i Paesi più influenti politicamente in Europa, hanno dovuto ricorrere alla cornice del Trattato di Aquisgrana per regolare la politica industriale comune, essendosi trovati di fronte allo scoglio insormontabile della contrarietà della Commissaria alla Concorrenza Margaret Vestager nel caso della fusione Siemens-Alstom. Un altro nodo da sciogliere sarà quello dei Paesi della “Lega Anseatica“, il gruppo di Paesi del Nord Europa capofila del rigore più assoluto e dell’assenza di solidarietà intereuropea in campo economico. Tra cui spiccano la Finlandia, il cui sostegno per l’austerità ha raggiunto negli anni vette di autolesionismo economico senza paragoni, e l’Olanda del premier Mark Rutte, tanto moralista sui conti altrui quanto poco propensa a chiarire la sua posizione di “paradiso fiscale” occulto.

Viste le contingenti difficoltà economiche della Germania e il rischio recessione, l’annuncio del fondo avrebbe senz’altro un valore politico interno notevole, e potrebbe portare all’apertura di un cuneo nel fronte dei Paesi pro-austerità. Al contempo, l’opportunità di mobilitare una quota tanto importante di investimenti è da considerare importante a livello aggregato e segna il fischio d’inizio di una partita in cui anche l’Italia deve essere protagonista.

Il ruolo dell’Italia

L’Italia, Paese centrale nella connettività infrastrutturale delle moderne reti digitali e centrale nel Mediterraneo, dovrebbe guardare con interesse all’espansione dell’industria di frontiera, che aprirebbe prospettive di lunga portata per investimenti e ampliamento del capitale produttivo e delle prospettive commerciali del Paese. Ad agosto è entrato in azione il Fondo Nazionale Innovazione presentato in primavera dal Ministro dello Sviluppo Economico Luigi Di Maio, attraverso cui il governo italiano, con una dotazione iniziale di un miliardo europeo, investirà direttamente in start-up innovative e Pmi.

Un anticipo, su scala ridotta, del piano della prossima Commissione, nella quale il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte aveva negoziato per l’Italia proprio la poltrona strategica alla Concorrenza che, se il fondo sarà presentato, acquisirà una rilevanza primaria nel prossimo quinquennio dell’Unione. Risulta doppiamente criticabile, per ragioni politiche evidenti, la scelta del leader della Lega Matteo Salvini di aprire in agosto una crisi di governo che mette a repentaglio le prospettive italiane di acquisire la delega alla Concorrenza, attraverso cui passeranno molte decisioni di investimento del fondo destinate a coinvolgere in prima fila il nostro Paese. Il governo entrante dovrà avere come primario interesse la difesa della conquista di Conte, funzionale a un progetto che aprirebbe prospettive notevoli per l’interesse nazionale. Essere tagliati fuori da un piano di investimenti tanto ambizioso per ragioni di politica interna sarebbe uno smacco imperdonabile per la classe dirigente dell’Italia contemporanea.