Con l’arrivo della seconda ondata della pandemia di coronavirus, l’Italia si è trovata a dover affrontare ancora una volta le conseguenze di una crisi sanitaria senza precedenti e le ripercussioni di un prolungato rallentamento della propria economia. Mentre però in estate le cose sembravano piano piano andare verso il meglio, con l’arrivo dell’autunno e del freddo la situazione è nuovamente peggiorata, obbligando governo e istituzioni regionali a imporre una nuova serie di blocchi. E in questo scenario, stando alle previsioni, la “botta” che il nostro Paese rischia di subire sotto il profilo economico appare ancora peggiore rispetto alle stime fatte a inizio anno (quando ancora l’ipotesi seconda ondata era data per remota).

Per far fronte alla crisi economica generata dal passaggio del patogeno, in questi mesi l’Europa ha messo al vaglio una mole senza precedenti di interventi diretti e indiretti per sostenere i Paesi membri in questi difficili mesi segnati da un evento tristemente epocale. Tuttavia, e in parte anche per le posizioni inconciliabili tra il blocco di Visegrad e l’occidente europeo, il Recovery Fund, e a questo punto anche eventuali programmi di intervento futuri, potrebbero essere messi seriamente in discussione. E tutto questo, in ultima battuta, non farebbe che ripercuotersi in modo peggiore sui Paesi più colpiti sia a livello umano sia economico, come la Spagna, l’Italia, la Grecia e il Portogallo.

Questo scenario, però, parrebbe aver fatto tirare però un grosso sospiro di sollievo a molti osservatori internazionali ed anche a qualche burocrate di Bruxelles. Come riportato dalla testata Business Insider, infatti, e riferito dall’economista della Oxford Economics Maddalena Martini, Paesi come l’Italia e la Spagna non sarebbero comunque in grado di utilizzarli al meglio. Nell’analisi portata avanti dal suo istituto, Why Italy and Spain will struggle to spend key EU funds, è stato messo in evidenza come storicamente non si sia riusciti a far combaciare una mole più alta di investimenti con una rapida crescita economica. E questo, soprattutto, sarebbe causato – al pari della Spagna – nei pochi investimenti nelle infrastrutture e più in generale in quelle attività in grado di dare liquidità immediata e crescita costante negli anni a venire.

In altre parole, dunque, non saremmo in grado di utilizzare al meglio i fondi che ci vengono concessi, preferendo invece  “buttarli” in misure volte a limitare l’impatto immediato delle crisi piuttosto che organizzarli in investimenti strutturali volti alla crescita nel tempo. E sempre secondo l’istituto britannico, per rendersi conto di ciò basterebbe andare indietro al 2008, quando dalla crisi economica che si è abbattuta sul mondo occidentale l’Italia si è rivelata essere il Paese più colpito (nonostante le premesse).

Qualche mese fa si pensava dunque che fossero soltanto Mark Rutte e gli olandesi a non fidarsi dell’Italia – e a dirla tutta, tra monopattini elettrici e banchi a rotelle forse Amsterdam si è risentita dell’aver alla  fine ceduto. Adesso, però, è stato chiarificato come in realtà quasi nessuna voce internazionale veda di buon occhio le misure messe in campo – sia in passato che in tempi recenti – dal nostro Paese. Questa situazione, in fondo, diventa anche pericolosa nella misura in cui potrebbe limitare il numero di fondi messi a disposizione per l’Italia per far fronte alle conseguenze della pandemia, limitando in questo modo le capacità d’azione verso le categorie maggiormente colpite dalla contrazione dei consumi e dalle serrate. E soprattutto, chiarificherebbe per l’ennesima volta quanto, in Europa, esistano Paesi considerati di fascia inferiore rispetto ad altri.