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Fmi e Banca Mondiale, i conti con l’economia in crisi del mondo in guerra

La crisi energetica, l'inflazione globale d la sfiducia verso gli Stati Uniti. Fondo monetario e Banca mondiale alle prese con la crisi.

Il mondo è in guerra, una guerra che in molti teatri è, purtroppo, fisica e violenta e in generale si sta sdoganando come competizione totale economico-finanziaria. Lo confermano le dinamiche dell’attuale Terza guerra del Golfo, sospesa per il cessate il fuoco tra Usa e Iran dell’8 aprile ma che difficilmente si potrà definire conclusa fintanto che proseguiranno la sostanziale interdizione dello Stretto di Hormuz, il nascente blocco navale americano, la disruption energetica, gli effetti inflattivi globali del conflitto.

A Washington, questa settimana, il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale e i ministri dell’Economia e delle Finanze del G20 porteranno avanti delle intense riunioni che intersecheranno le tradizionali sessioni primaverili per aggiornare l’outlook dell’economia globale. Si tratterà di confronti importanti per capire l’entità dei problemi frutto della crisi energetica, dell’impatto dell’inflazione globale e della sommatoria tra le nuove problematiche e i precedenti venti di confronto commerciale, tariffe e controlli all’export che avevano reso competitiva la globalizzazione.

Il Financial Times ha raccolto le visioni degli addetti ai lavori sottolineando che “anche se l’attuale cessate il fuoco dovesse reggere, i danni economici causati dal conflitto probabilmente persisteranno”, ricordando che “gli scenari di escalation continuano a rappresentare rischi significativi che potrebbero portare a una recessione globale”, principalmente “a causa dei danni alle infrastrutture, delle interruzioni delle forniture, della perdita di fiducia e di altre conseguenze” che quantomeno eroderanno le previsioni di crescita per il 2026.

La sfiducia verso gli Stati Uniti

Il Fmi fissava al 3,3% per il 2026 e al 3,2% per il 2027 la crescita cumulata del Pil globale a inizio anno. Questa quota rischia di essere rivista al ribasso, mentre i decisori mondiali dovranno pesare almeno tre problematiche: gli approvvigionamenti energetici, gli impatti logistici e commerciali dei rincari globali, le ripercussioni finanziarie che hanno posto precocemente fine al progetto di tagli massicci dei tassi da parte delle banche centrali. Tutto questo mentre nel mondo quote di spese discrezionali rischiano di essere drenate dai bilanci delle grandi potenze per progetti che vanno dal sostegno contro la crisi energetica al riarmo condizionando le traiettorie di crescita dei maggiori attori.

A ciò si aggiunge il tema geoeconomico dell’ascesa di strumenti di pagamenti rivali del dollaro e, soprattutto, della crescente sfiducia mondiale nei confronti degli Stati Uniti che si sta sostanziando nella ricerca di alternative agli Usa su più versanti. Gli alleati di Washington si muovono per diversificare le forniture militari, “Sell America” è diventato il mantra in certe pieghe del mercato, partnership e accordi commerciali sono spinti da attori come Unione Europea, India, Mercosur, Australia, Canada. La trasformazione degli Usa in attore destabilizzatore dell’ordine mondiale terremota anche l’economia, e sul piano commerciale non abbiamo ancora visto pienamente sdoganata la risposta di Donald Trump alla ridefinizione della sua politica commerciale da parte della Corte Suprema. Le riunioni di questa settimana serviranno a capire se esiste una convergenza globale sulla gestione dei problemi economici internazionali e se tale convergenza potrà portare a evitare ulteriori fattori di competizione. La situazione è delicata per tutti. Aggravarla non gioverebbe all’economia mondiale.

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