Il parlamento greco ha licenziato lo scorso 16 ottobre una controversa riforma del diritto del lavoro, che in sostanza consente ai datori del settore privato di far lavorare i propri dipendenti fino a 13 ore al giorno, pur imponendo una serie di limitazioni circa presupposti e confini temporali, ancorati a circostanze tassative e straordinarie, come carenza di personale o picchi stagionali. Tra i settori maggiormente interessati figurano turismo, agricoltura, retail.
L’iniziativa legislativa è stata promossa dal governo conservatore di Atene, guidato da Nea Dimokratia, e sta suscitando non pochi interrogativi circa la conciliabilità del nuovo impianto normativo, ispirato ai ben noti principi di produttività e flessibilità, con la tutela dei diritti fondamentali dei lavoratori, oltre a creare un precedente che potrebbe fare da apripista per altre nazioni del vecchio continente. Le maggiori sigle sindacali – GSEE (privato) e ADEDY (pubblico) – hanno già annunciato due scioperi generali di protesta per il mese di ottobre, mentre si moltiplicano altre iniziative per contrastare il provvedimento, comprese interruzioni nei servizi pubblici; l’opposizione, a cominciare da Syriza, non ha partecipato al voto, definendo le misure una “mostruosità legislativa”.
Cosa prevede la nuova legge
La legge chiamata “Fair Work for All” consente di impiegare i lavoratori sino a tredici ore al giorno, ma per un massimo di 37 giorni all’anno per lo stesso datore di lavoro, il che in un mercato sempre più “flessibile” potrebbe comportare che, in caso di cambio di datore, tale limitazione potrebbe essere agevolmente aggirata. Nonostante ciò, viene ribadito che lo standard resta quello delle quaranta ore su base settimanale (48 con gli eventuali straordinari), calcolati su una media di quattro mensilità; ai lavoratori viene riconosciuto un bonus del 40 per cento per le ore di lavoro aggiuntivo.
In teoria, l’adesione è su base volontaria, e l’eventuale rifiuto del lavoro straordinario non può costituire motivo legittimo di licenziamento, ma in un assetto sempre più caratterizzato da precariato e “flessibilità” si tratta di garanzie destinate spesso a restare solo sulla carta.
Il governo difende la nuova legge, ricorrendo alle solite giustificazioni dell’esigenza di maggiore flessibilità a fronte di carenza di personale, senza preoccuparsi troppo delle cause del fenomeno, a cominciare dal basso livello salariale, che non compensa l’aumento del costo della vita, e insistendo sulla volontarietà dello straordinario (sic!) e su altre misure – come il miglioramento delle prestazioni legate alla maternità – che verrebbero incontro alle esigenze dei lavoratori.
A non voler insistere sulle ben note pressioni subite dai lavoratori in una situazione economica e sociale fortemente critica, magari sotto forma di ricatti più o meno velati o perdita di opportunità, si potrebbero sollevare varie riserve anche su diversi altri aspetti. Pensiamo solo alla tutela della salute e benessere del lavoratore sottoposto a turni di lavoro estremamente lunghi, l’aumento del rischio di incidenti sul lavoro, lo stress psico fisico che potrebbe incidere sulla qualità del servizio (pensiamo a chi opera nella sanità), e gli esempi potrebbero continuare.
E non parliamo della sottrazione di tempo a famiglia e affetti, oltre alla fisiologica necessità di dedicarsi a passatempi o altre attività che, lungi dal rappresentare una perdita di tempo, costituiscono a volte – perdoni il lettore queste considerazioni dal sapore vagamente filosofico – il “sale della vita”.
Visto e considerato che viviamo nel “giardino fiorito” europeo, potremmo richiamare le normative varate dall’Unione Europea che tutelano il diritto al riposo giornaliero, alla durata massima del lavoro, e agli standard minimi in materia di salute e sicurezza, che in molti casi non fanno che ribadire principi già sanciti dalle Costituzioni degli stati membri (leggasi, solo per citarne alcuni, gli artt. 2 – 3 – 4 – 35 – 36 – 37 – 41 della nostra). A non voler dire che l’aumento delle ore lavorative non significa affatto maggiore produttività, come molti studi hanno ampiamente dimostrato.
Il senso delle riforma, a una lettura più attenta, sembra più orientato a quel generale arretramento nella tutela dei diritti fondamentali che in un mondo sempre più orientato al dogma della produttività, appare teso ad accrescere sempre di più la platea di persone senza diritti, o quantomeno con diritti sempre più limitati, col risultato finale, questo sì, di allargare la forbice tra chi ha di più, e chi ha di meno.
Un progetto politico che si ponesse al servizio di questi scenari, oltre che difficilmente armonizzabile col dettato costituzionale, non potrebbe dirsi orientato al benessere di propri cittadini, ma solo a quello di pochi. E questo è un mondo che a noi non piace.

