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La Siria torna nell’economia mondiale e per i patroni della ricostruzione del Paese è una grande vittoria. Quel che era nell’aria da tempo con la sostanziale fine delle sanzioni a Damasco sta prendendo piede con l’annunciato ritorno della Siria nel sistema di pagamenti internazionale Swift, che di fatto renderà nuovamente possibile il passaggio di risorse finanziarie verso lo Stato levantino senza il rischio di penalizzazioni finanziarie (in special modo americane).

Lo ha annunciato nella giornata di ieri il capo della banca centrale siriana Abdulkader Husrieh in un’intervista al Financial Times in cui ha dichiarato che il governo del presidente ad interim Ahmad Al-Sharaa, noto anche col nome de guerre Abu Mohammad al-Jolani, “spera di riportare gli investimenti esteri, rimuovere le barriere commerciali, normalizzare la valuta e riformare il settore bancario”.

Husrieh, regista della normalizzazione di Damasco nell’economia globale

Husrieh, tecnocrate che nell’era di Bashar al-Assad ha supervisionato diverse politiche economiche volte a gestire controlli dei prezzi e investimenti pubblici e ora è chiamato a gestire le riforme che dovranno garantire questo ritorno pieno di Damasco nel sistema globale. Lo Swift è un’arma geopolitica oltre che finanziaria: Paesi come Russia e Iran sono disconnessi dalle transazioni bancarie ad esso legate e riottenendo l’accesso nelle prossime settimane la Siria potrà ricevere flussi di capitali dall’estero.

In particolare, Stati come Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e, soprattutto, Turchia e Qatar, che stanno prenotando appalti e affari per la ricostruzione del Paese dopo il rovesciamento di Assad, mirano alla piena liberalizzazione dell’economia interna dal rigido protezionismo dell’era del regime alawita rovesciato a dicembre. Come nota il Ft, “il settore bancario è fondamentale per la ricostruzione, essendo ampiamente collassato a causa della guerra, della crisi finanziaria del 2019 nel vicino Libano e delle politiche punitive dell’era Assad”. Su questo campo, “Husrieh vuole porre fine all’eredità interventista del regime di Assad e ripristinare la capacità di erogare prestiti, la trasparenza e la fiducia”.

Poter vedere le banche siriane tornare a prosperare ed emettere titoli come i sukuk connessi alla finanza islamica per il mercato mediorientale può servire a riattivare il ciclo del credito nel Paese e rompere la dipendenza dalla sussistenza e dall’assistenza internazionale, risultata decisiva per non far sprofondare la Siria nella nera miseria nei quattordici anni di guerra civile. La Banca Mondiale calcola in almeno 400 miliardi di dollari il costo stimato per una ricostruzione per cui potrebbero volerci anni. Un valore, questo, che era circa sei volte quello dell’economia siriana dell’anteguerra. Le prospettive politiche sono complesse, ma alcuni movimenti cominciano a emergere.

Gli affari della Siria di al-Jolani

Ad oggi, la Siria ha incassato un fondo da 1,3 miliardi di dollari del Programma di sviluppo delle Nazioni Unite (Undp) per il rilancio delle sue infrastrutture e 6,5 miliardi di promesse di donazione da parte di una coalizione di Paesi dell’Unione Europea.

La testata emiratina “The National” nota che molte imprese private sono attive per promettere investimenti e “gli impegni più importanti rientrano un accordo sulle infrastrutture energetiche da 7 miliardi di dollari guidato dalla UCC Holding del Qatar e un accordo da 800 milioni di dollari per lo sviluppo di un porto con DP World con sede a Dubai“.

Un mese fa, invece, il presidente francese Emmanuel Macron ha ospitato un Al-Sharaa/Al-Jolani giunto a Parigi, si è scritto su Sky Insider, “fresco della firma di un contratto trentennale tra il suo governo e il colosso francese del trasporto marittimo CMA CGM, che il primo maggio ha ottenuto l’autorizzazione a gestire il porto di Latakia, nel cuore delle aree storicamente roccaforti degli Assad”.

Tutto questo chiamava, inevitabilmente, la fine delle restrizioni ai flussi di capitale nel Paese. Si tratta dell’ennesima apertura di credito al nuovo governo, nonostante una situazione politica, militare e umanitaria tutt’altro che giunta a stabilizzarsi nel martoriato Paese levantino. Saprà il governo post-Assad ricondurre tutto questo a una vera agenda di sviluppo o si finirà per finanziare un regime non meno autoritario di quello deposto? La risposta resta incerta e, dunque, una vera e propria scommessa.

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