Mentre i mercati globali soffrono sull’onda lunga della guerra scatenata da Israele e Usa contro l’Iran, la Borsa di Tel Aviv macina record. Dal 28 febbraio, giorno dell’inizio dell’offensiva aerea di Washington e Tel Aviv, l’indice della capitale israeliana ha toccato nuovi massimi storici, guadagnando poco meno del 6% lunedì e raggiungendo quota 16.160 punti.
A volare sono diversi settori, dall’alta tecnologia alla difesa, passando per quello energetico: nonostante la chiusura di alcune piattaforme energetiche offshore nel Mediterraneo orientale, la guerra all’Iran e la chiusura dello Stretto di Hormuz, con conseguente blocco dell’export da parte del Qatar sotto attacco dei droni di Teheran, hanno offerto spazi di mercato ulteriori per il gas naturale liquefatto israeliano.
Sugli scudi NewMed Energy (+6,4%) ma cresce di oltre il 3% anche la holding della difesa Elbit, che arriva così a un enorme +219% dal fatidico 7 ottobre 2023 che ha riportato Israele in guerra dopo gli attacchi di Hamas e i produttori di tecnologia sugli scudi. Da allora la Borsa di Tel Aviv è in volo: è cresciuta del 129% e l’indice TA-125 ha ottenuto un guadagno del 48% da quando nel giugno 2025 Israele ha sferrato il primo attacco all’Iran nella guerra dei dodici giorni.

Nonostante cadano i missili su Israele, cresce il settore del real estate e dell’edilizia abitativa; nonostante la guerra imponga sovra-sforzi economici e costi, aumentano in Borsa banche e istituzioni finanziarie; come detto, vola l’energia nel quadro della disruption globale. Verrebbe da dire che gli investitori israeliani “prezzano” il valore di una potenziale sicurezza futura e anticipino i flussi di cassa attesi dalle loro attività qualora la percepita minaccia iraniana venisse meno.
Questo a un dato puramente tecnico potrebbe apparire come il livello d’analisi corretto. Sul piano politico, però, abbiamo un settore finanziario israeliano che appare strutturalmente dipendente dalle avventure belliche di Tel Aviv, anche ben oltre quello che sarebbe logico aspettarsi. Da un lato, infatti, le aziende della Difesa sono le grandi protagoniste del boom azionario, e la performance di Elbit superiore a quella dell’intero listino parla chiaro; e dall’altro Israele usa le guerre come strumento di presentazione della sua tecnologia bellica al resto del mondo, così come per le sue apparecchiature di sorveglianza e cybersicurezza. Al contempo, però, è l’intera Borsa di Tel Aviv che conosce un rally bellico capace di toccare ogni settore.
L’alta tecnologia costituisce la parte preponderante del TA-125, il 29,2%, ma al suo interno le aziende esclusive del mercato della Difesa rappresentano solo l’8,2% del totale del valore. E per quanto chiaro sia il ruolo dell’uso duale delle tecnologie, civili e militari, nell’industria israeliana, il rally ha toccato ogni settore.

Questo palesa una dipendenza ancor più solida dell’economia e della società israeliana dalla mobilitazione bellica, che crea peraltro scompensi nei conti pubblici e non sarebbe sostenibile nell’intensità voluta da Tel Aviv senza la sponda decisiva degli Stati Uniti. La borsa di Tel Aviv, insomma, sembra muoversi al detto “finché c’è guerra c’è speranza”, certa che il potere innovativo e tecnologico del Paese possa creare profitti finanziari messo al servizio dell’egemonia militare regionale. Tutto questo in un Paese che, però, ha i fondamentali economici e soprattutto socio-politici fragili e rischia di diventare strutturalmente dipendente dalla guerra. Con tutti i rischi che ciò palesa per la stabilità interna e regionale.
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