L’inchiesta interna avviata dal gruppo Fideuram–Intesa Sanpaolo per individuare conti legati a soci d’affari del miliardario indiano Gautam Adani apre un nuovo capitolo sulla fragilità della finanza europea di fronte ai flussi opachi della globalizzazione. Secondo quanto rivelato da Intelligence Online, tre figure di primo piano dell’entourage di Adani avrebbero avuto conti presso l’istituto italiano. Non si tratta solo di un episodio di compliance bancaria, ma di un caso emblematico che intreccia potere economico, relazioni geopolitiche e vulnerabilità sistemica.
Gautam Adani non è un semplice uomo d’affari. È il simbolo di un capitalismo indiano che, sotto la protezione politica di Narendra Modi, si è trasformato in strumento di proiezione nazionale e di influenza estera. Dall’energia alle infrastrutture, dai porti ai data center, il gruppo Adani incarna l’ambizione di Nuova Delhi di contendere a Pechino la leadership industriale dell’Asia meridionale. Ma questa espansione, spesso sostenuta da strutture societarie offshore e da triangolazioni finanziarie complesse, ha attirato l’attenzione delle autorità di vigilanza di mezzo mondo.
Il caso Fideuram–Intesa si inserisce in un contesto già teso. Dopo le accuse lanciate dal fondo Hindenburg Research nel 2023, che accusava Adani Group di manipolazioni contabili e gonfiamento artificiale del valore azionario, diverse inchieste internazionali hanno cercato di ricostruire la rete di società intermediarie attraverso cui scorrevano capitali e garanzie. In Svizzera, alcune banche hanno visto congelare oltre 300 milioni di dollari legati a soggetti considerati vicini all’impero Adani. In India, la SEBI — l’autorità di regolazione del mercato — ha ammesso di non poter ancora stabilire con certezza la natura dei rapporti tra le entità offshore e il gruppo principale.
Che una banca europea di primo piano come Intesa Sanpaolo si sia sentita in dovere di condurre un audit interno dimostra quanto la reputazione finanziaria dell’Europa sia oggi esposta alle dinamiche di un capitalismo globale senza confini. Le grandi banche, costrette a competere per capitali internazionali, si trovano a operare in uno spazio dove la due diligence è sempre più difficile. Le normative antiriciclaggio, per quanto rafforzate, inseguono un flusso di denaro che si sposta con la velocità dell’elettronica e la discrezione dei paradisi fiscali.
Dietro la cronaca c’è una questione geopolitica. Il potere economico indiano, sostenuto dal governo Modi, si è intrecciato con l’obiettivo di rendere l’India un polo finanziario alternativo alla Cina. Le grandi conglomerate come Adani Group agiscono come strumenti di soft power, costruendo infrastrutture in Africa, Asia e Medio Oriente, spesso con finanziamenti in dollari o euro provenienti da banche occidentali. È una nuova forma di interdipendenza: l’Europa finanzia la proiezione industriale indiana e, indirettamente, la competizione asiatica che ne ridisegna gli equilibri.
Dal punto di vista economico, il caso mette a nudo la vulnerabilità delle banche italiane ed europee nel campo della governance finanziaria. L’obiettivo dichiarato di Fideuram era identificare conti “riconducibili” a persone dell’entourage di Adani, non necessariamente irregolari. Ma il semplice sospetto basta a far tremare i vertici di un gruppo che gestisce miliardi di risparmi privati e corporate. In un’epoca in cui le sanzioni internazionali, le normative ESG e la trasparenza fiscale sono diventate strumenti di politica estera, anche una banca deve comportarsi come un attore geopolitico.
Sul piano strategico, l’inchiesta rivela quanto la finanza sia ormai terreno di confronto tra Stati. Gli Stati Uniti hanno trasformato il dollaro e il sistema SWIFT in leve di pressione. L’Europa, pur con regole più restrittive, si muove ancora in ordine sparso. E attori globali come Adani — ma anche fondi del Golfo o conglomerati cinesi — sanno sfruttare questa disomogeneità normativa per penetrare nei sistemi occidentali senza apparire.
Il rischio per l’Italia è duplice. Da un lato, la perdita di credibilità di un sistema bancario che si presenta come affidabile agli investitori europei e asiatici; dall’altro, la possibilità che i flussi di capitale opaco inquinino la stabilità finanziaria nazionale. In un Paese dove il risparmio privato è tra i più alti del mondo, la capacità di controllo e di tracciabilità è una questione di sicurezza economica.
Non è ancora chiaro quali risultati abbia prodotto l’audit interno di Intesa. Ma il solo fatto che sia stato condotto dimostra che la banca teme non tanto le sanzioni, quanto l’effetto reputazionale e politico di un legame — anche indiretto — con una delle figure più controverse della finanza globale. In fondo, il caso Adani-Fideuram è un sintomo più che una causa: la dimostrazione che la finanza mondiale non conosce più confini, ma che le responsabilità restano locali. Le banche europee possono controllare i propri correntisti, ma non le dinamiche geopolitiche che attraversano il denaro. E ogni transazione, ogni conto aperto o chiuso, diventa una possibile falla nel fragile equilibrio tra sovranità finanziaria e mercato globale.
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