Quando una crisi economica parte da degli shock interni all’economia reale e non dagli umorali andamenti della finanza di sistema gli effetti rischiano di riverberarsi a lungo termine e con una difficile soluzione di continuità.

Vale il caso per l’attuale “epidemia” economica da coronavirus, destinata a impattare con forza sismica sull’economia occidentale, sulle catene logistiche e industriali, sul sistema del consumo, sul mondo bancario a partire da un simultaneo shock alla domanda e all’offerta. Come ha fatto notare The Atlantic“il coronavirus non sta solo inaridendo la domanda. L’epidemia ha anche condotto alla carenza di farmaci, prodotti chimici industriali, materiale medico e beni di consumo come i telefonini nel momento in cui la chiusura degli impianti in Cina ha destabilizzato le catene commerciali globali. Anche l’offerta di lavoro è sempre più carente, a causa del fatto che molti lavoratori sono costretti a stare in casa”.

I paragoni si sprecano, dalla crisi di sistema del 1929 fino al più recente tonfo del 2007-2008. Ma la realtà dei fatti è che per la prima volta una crisi impatta laddove la narrazione della globalizzazione e dell’economia di libero mercato a crescita continua avevano costruito la loro forza: sul movimento contino di merci, denaro, persone; sull’interscambiabilità dei fattori produttivi tra i diversi Paesi del pianeta; sulla scommessa che nulla sarebbe mai giunto a perturbare la tenuta delle catene produttive internazionali, la sicurezza degli scambi, il fluire dei commerci.

Siamo di fronte alla fine del mito della “fabbrica globale”, secondo quanto scrive il professor Aldo Giannuli su Osservatorio Globalizzazione, “per cui la scocca si produce a San Paolo del Brasile, i parabrezza a Seul, i tergicristalli a Djakarta, le batterie a La Paz,  i motori a Shanghai e tutto si assembla a Detroit o Torino. Si sta dimostrando che il blocco di uno dei passaggi ferma l’intera catena e non sempre è possibile sopperire, per cui i danni sono ingenti”.

Esponenti degli ambienti economici milanesi sentiti da InsideOver segnalano come molti esponenti dei grandi gruppi industriali e finanziari presenti nel capoluogo meneghino, cuore dell’economia italiana, diano per “mesi persi” sotto il profilo del fatturato, dopo marzo, anche aprile e, con ogni probabilità, maggio. Questo segnala come l’incertezza sia, ora più che mai, l’unico driver su cui le aziende sono orientate. Incertezza sanitaria (non si sa quanto si estenderà il contagio), incertezza politica (non si capiscono le migliori misure di risposta), incertezza economica (i danni della crisi sono tutti da valutare), incertezza finanziaria (finisce l’era delle vacche grasse e si entra in una fase di acuta volatilità): l’entropia continua ad aumentare.

Interi settori che si fondano sul mito, ora in discussione, della globalizzazione senza limiti cadono ora a picco: quello dei trasporti aerei, ad esempio, vede gruppi come Iag (che controlla British Airways) e EasyJet lasciare sul terreno il 60% del valore, Lufthansa circa la metà. Il settore auto, tra i più dipendenti dalle catene transnazionali, subisce perdite di analoga grandezza. “In Borsa”, nota Affari Italiani, “il risultato è che Fca ha perso in meno di un mese il 40% del suo valore. Renault più del 50%; Volkswagen -40% e così via. E pure il lusso in teoria più resistente ha sofferto: la caduta media dei titoli europei della moda è stata del 30% da metà febbraio scorso”.

Nessuna azienda si azzarda a fare ipotesi di ampio respiro sul 2020, specie considerato il fatto che si è conclusa la fase di euforia nelle borse che permetteva a grandi gruppi attivi nell’economia reale di preferire operazioni finanziarie, reali o mascherate, a concreti sviluppi del business e delle strategie. L’accordo Conad-Auchan concretizzatosi nei mesi scorsi in Italia, un’operazione di alleggerimento finanziario travestita da manovra immobiliare, è il classico esempio del “vecchio mondo” che la crisi del coronavirus e la conseguente svolta economica e finanziaria stanno rapidamente conducendo al tramonto. Il sistema capitalistico sente la febbre a livelli piuttosto alti, ma le crisi servono anche a risolvere le problematiche sistemiche interne e a rivelarne le contraddizioni: se governi, attori economici e regolatori sapranno capire le problematiche di un sistema basato su premesse eccessivamente ottimistiche e ancora legato a doppio filo alla finanza deregolamentata non è detto che al termine della crisi possa emergere un ordine più realistico e accettabile.

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