La scelta di Facebook e Mark Zuckerberg di annunciare l’inizio del percorso che porterà alla creazione del Libra, la criptovaluta del gruppo di Menlo Park, ha scatenato una “corsa alle armi” nel mondo del big tech americano. Dopo la mossa di Zuckerberg, diversi gruppi hanno infatti segnalato la loro disponibilità ad ampliare la loro offerta al contesto valutario, segnalando l’importanza di un nuovo mercato per il loro business.

Come scrivevamo, “Facebook lancia il Libra per rafforzare quelle che sono le deboli fondamenta del suo impero, alimentato per il 98% dai ricavi pubblicitari in una fase in cui i numerosi scandali del 2018 legati all’abuso dei dati personali ha mostrato limiti e rischi di questo modello. Un esempio da seguire potrebbe essere quella della cinese WeChat, arrivata a ottenere circa il 60% dei suoi introiti dalla gestione di servizi di pagamento”. Il guadagno potrà essere realizzato su due fronti: con le commissioni di entrata ed uscita al sistema chiuso di pagamenti online che il Libra gestirà e con il “signoraggio” legato all’investimento nell’economia reale dei ricavi della vendita di Libra, criptovaluta che si caratterizzerà per la sua somiglianza a un certificato privo di cedole d’interesse a favore del possessore e spendibile solo nel perimetro disegnato da Facebook e dalle altre società che vi aderiranno.

I rendimenti dell’affare sono difficili da valutare, ma è certo che diversi big della Silicon Valley ritengono l’operazione meritevole d’attenzione. A suo modo, Amazon si è portata avanti da tempo acquistando Twitch, la piattaforma di streaming online per i videogiocatori, e assumendo il controllo di Refereum, criptomoneta utilizzata nel gaming online. E Google, stando a quanto riporta Il Sole 24 Ore, “si sta muovendo in questa direzione, e circa un anno fa ha provato ad ingaggiare – senza successo – Vitalik Buterin, fondatore di Ethereum. E voci di progetti simili, reali o presunti, accomunano anche Netflix e Apple”.

L’idea che tutti i colossi tecnologici, presto o tardi, entreranno nel business delle criptovalute è sostenuta dai gemelli Tyler e Cameron Winklevoss, imprenditori del settore che, dopo aver vinto nel 2008 una causa contro Mark Zuckerberg per questioni legate alla proprietà intellettuale di Facebook e aver ottenuto 65 milioni di dollari, negli ultimi anni hanno fatto fortuna proprio con le criptovalute, primo fra tutti il bitcoin. Ebbene, i Winklevoss hanno più volte salutato come positiva l’iniziativa del loro ex rivale di Facebook e auspicato un aumento della circolazione delle criptovalute emesse dal big tech.

Chi, invece, ha opinione completamente opposta è il Presidente Donald Trump, che è tornato ai ferri corti col big tech. L’affondo dell’inquilino della Casa Bianca, il 12 luglio scorso, è stato diretto e inequivocabile, avendo come obiettivo il Libra di Facebook: “Se Facebook vuole diventare una banca, deve essere soggetto alle regole bancarie”, ha tuonato il presidente degli Stati Uniti, aggiungendo: “Le criptovalute non sono soldi e il loro valore è altamente volatile e basato sul nulla”. Trump anticipa la sfida cruciale per lo sviluppo delle criptovalute del big tech: il loro impatto con la regolamentazione vigente e con nuove norme che il governo Usa potrebbe porre in essere. E che Donald Trump, stando alle sue dichiarazioni, immagina molto restrittive per la loro operatività.

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