Oltre mille miliardi di dollari di surplus commerciale da un lato, un’economia che sul fronte interno va col freno a mano tirato dall’altro. Sono questi i due volti e i simboli del dilemma dell’economia cinese, che si trova di fronte alla prospettiva di dover governare un contesto di grande esuberanza sui mercati globali mentre quello nazionale conosce il sedimentarsi di annose problematiche.

Il dilemma della Cina

L’industria manifatturiera corre con forza, si consolida e conquista nuovi mercati ad alto valore aggiunto, segno che il Dragone è sempre più vitale in materia di competitività. Al contempo, però, le contraddizioni di decenni di sviluppo accelerato della Repubblica Popolare sono come molti nodi prossimi a venire al pettine. E nonostante il saldo ottimismo del governo del presidente Xi Jinping di una crescita superiore al 5% esistono elementi di criticità.

Innanzitutto: l’economia cinese è troppo trainata dall’export e fatica a stare al passo in materia di consumi e investimenti interni. Le stime più prudenti parlano di un calo degli investimenti in capitale fisso dell’1,7% da gennaio a ottobre rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Segno che le imprese e lo Stato cinesi stanno tirando i remi in barca rispetto all’anno scorso per quanto concerne l’assunzione di rischi d’impresa per investimenti produttivi.


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Investimenti esteri al palo

Il secondo dato da analizzare è quello degli investimenti diretti esteri (Fdi) nella Repubblica Popolare, ad oggi più parcellizzati e meno ampi in volume. Da gennaio a ottobre, nonostante il numero di investitori sia aumentato del 14,7%, con quasi 53.800 nuove operazioni, il controvalore è stato di 86,38 miliardi di euro (quasi 622 miliardi di remnibi), un calo di oltre il 10% rispetto al 2024 secondo China Briefing. In tempo di decoupling tecnologico e di guerra economica con gli Usa, ciò pone dei dati importanti di fronte ai decisori politici cinesi, che avrebbe ancora molte difficoltà a emanciparsi dai flussi di capitali provenienti da Oltre Pacifico e alimentanti la crescita del suo settore industriale e dei suoi servizi.

Il benessere in Cina si deve ancora diffondere

In terzo luogo, ci sono dati che mostrano come una fetta di popolazione abbia ancora difficoltà ad accedere ai dividendi del benessere diffuso. Uno è quello della disoccupazione giovanile, vicina al 19% e oltre il triplo di quella generale del Paese, che è poco sopra il 5%. Un dato che indica comunque decine di milioni di giovani, molto spesso qualificati in un Paese che solo in ambito Stem arruola 4,5 milioni di laureati l’anno, impossibilitati a trovare un’occupazione sicura. Tutto questo mentre la quota di Pil derivante dai consumi interni, che mostrano un Paese vivace, dall’economia interna fiorente e non più legato a problemi di sostenibilità e sussistenza, langue sotto il 40%, al 39,6%.

Gli Usa, per fare un paragone, sono trenta punti sopra, un distacco in cui si misura la diversa fase di sviluppo in cui si posiziona l’economia cinese. Ancora chiamata a plasmare l’unità e l’accessibilità interna mentre in parallelo si espande nel mondo. Ma deve tenere d’occhio fondamenta fragili che, unite a altri problemi annosi, come la crisi immobiliare e abitativa, possono ostacolarne la corsa verso il primato globale in cui ambisce in settori come Ia e innovazione.

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