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Sarebbe l’azera Baku Steel l’azienda favorita per rilevare le acciaierie di Taranto su cui il governo Meloni ha aperto una gara pubblica che si chiuderà nella giornata di venerdì14 febbraio. Secondo quanto rilevato per primo da Il Messaggero, il gruppo azero avrebbe messo sul piatto un miliardo di euro per rilevare Acciaierie d’Italia, l’azienda in amministrazione controllata che gestisce l’erede della Finsider e dell’Ilva, protagonista della storia siderurgica del Paese.

Ad oggi, la grande sfida per la produzione di acciaio italiana sarà quella di garantire un rilancio dell’Ilva e della sua produzione siderurgica finalizzata ad alimentare il ciclo industriale del Paese coniugano la sostenibilità economica, la decarbonizzazione e il potenziamento della tecnologia disponibile in uno degli ultimi grandi impianti ad altoforno d’Europa.

Una serie di gestioni critiche

La crisi delle acciaierie di Taranto è profonda e su queste colonne ne abbiamo parlato diffusamente. Dieci anni fa la produzione del gruppo era superiore ai 6 milioni di tonnellate. Lo scorso anno, dopo diverse gestioni critiche tra la fine dell’era della famiglia Riva, la disastrosa parentesi di ArcelorMittal e il tramonto di Acciaierie d’Italia, nella città pugliese sono stati prodotti meno di 2,3 milioni di tonnellate d’acciaio, un calo di due terzi che ha prodotto danni al sistema-Paese.

Come ricostruito da Industria Italiana, sono almeno una decina le cordate interessate al gruppo tarantino: Baku Steel, sostenuta da Azerbaijan Investment Company Ojsc, mira all’intero polo ed è in concorrenza con il ticket formato dal fondo Usa Bedrock Industries Management e dal colosso indiano Jindal Steel. A favorire gli azeri sarebbe la volontà di portare in città anche una nave gasiera per rifornire l’impianto di energia diretta e a basso costo tramite gas naturale liquefatto.

Restano grandi dubbi sul fatto che la vendita dell’azienda debba essere l’unica strategia operabile. In quest’ottica, infatti, la privatizzazione completa dell’ex Ilva può far uscire dal perimetro statale un asset chiave per l’economia e l’industria italiana in una fase di calo della produzione e rischio recessione. Non sono state vagliate altre strade? Quali gruppi nazionali potrebbero mantenere un presidio di italianità? Le prospettive di decarbonizzazione sono concrete e associabili al rilancio della produzione? Queste domande resteranno insolute finché un compratore definitivo non sarà scelto. E per l’Ilva parleremo, sempre e comunque, di un percorso costellato di grandi dubbi.

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