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Il presidente russo Vladimir Putin ha avviato le prime politiche formali di esproprio di asset stranieri presenti nella Federazione russa in risposta alla marea montante delle sanzioni occidentali. Tra il 26 e il 27 aprile, infatti, due utilities europee hanno visto le loro proprietà prese in carico dal governo federale russo.

Uniper e Fortum sotto attacco

Per la precisione, il target delle mosse di passaggio di consegna sono le filiali russe di Uniper, importante attore di import-export del gas tedesco attivo nel Paese come operatore nel settore della produzione energetica, e dell’azienda finlandese Fortum. Non è stato indicato con precisione il valore dell’indennizzo, se presente, per tale mossa, qualora dal sequestro del controllo si passasse alla nazionalizzazione vera e propria, ma è stato indicato in un decreto pubblicato sul sito del Cremlino che sarà l’Agenzia federale russa per la gestione delle proprietà statali, Rosimushchestvo, il Demanio di Mosca, a prendere in carico gli asset.

Il Moscow Times ricorda che con la mossa tornano sotto il controllo del governo “più di dieci centrali termoelettriche in tutta la Russia, tra cui la più grande centrale a gas del paese, Surgut-2”, sita sulle rive dell’Ob e operata dalla filiale locale di Uniper.

Mossa legittima?

La Russia giustifica il decreto richiamando al tema del sequestro degli asset appartenenti a cittadini e imprese russe, alla Banca centrale del Paese e ai funzionari del Cremlino e del governo nei Paesi occidentali e alla libertà d’azione derivante dal decreto che identifica i “Paesi ostili” intenti a muovere atti di guerra economica contro la Russia.

La lista include 49 Stati. Ne fanno parte, oltre all’Ucraina, tutti i Ventisette dell’Unione europea, ivi compresa una nazione amica come l’Ungheria, gli Stati Uniti, il Canada e il Regno Unito, ma anche tutti i membri della Nato non appartenenti all’Ue, eccezion fatta per la Turchia: Albania, Norvegia, Islanda, Montenegro e Macedonia del Nord. A cui si aggiungono Giappone, Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda per il loro sostegno a Kiev e tutti quei Paesi attivi nel mondo finanziario che hanno aderito alle sanzioni economiche: Bahamas, San Marino, Liechtenstein, Principato di Monaco, Singapore e, soprattutto, Svizzera. Completano la lista Micronesia e Taiwan per la vicinanza a Washington.

Sulla legittimità della mossa si entra in un terreno scivoloso. Le sanzioni economiche, del resto, quando non vidimate dalle Nazioni Unite sono formalmente atti di sfida politica tra Paesi. E ai sensi del diritto internazionale gli arbitrati e le leggi mostrano che esse, comprese le procedure di sequestro degli asset di nazioni ostili in uno Stato, devono rispondere a determinati requisiti di proporzionalità e trasparenza.

I paragoni con l’Occidente

Il discorso è lo stesso che si pone in Occidente quando si parla dell’uso dei beni russi confiscati come fonte di finanziamenti per l’Ucraina invasa. Una vendita su larga scala senza indennizzo alle figure russe sotto sanzione avrebbe, ai sensi del diritto internazionale, come conseguenza il rischio di creare un precedente. A gennaio Foreign Policy ricordava che Mosca si sarebbe spinta solo fin dove l’Occidente si fosse mosso sul fronte interno. In effetti, ad oggi, non è all’orizzonte un piano di massa della Russia per confiscare in stile sovietico le proprietà occidentali. Non avrebbe senso e sarebbe controproducente. Per la Russia è strategicamente più utile “congelare” i capitali, e dunque le competenze, occidentali presenti sul suo territorio.

Fermo restando che la “legalità” di atti del genere è sempre complessa da rilevare, Mosca ad oggi sembra rispondere al requisito di proporzionalità della mossa, avendo risposto a congelamenti in Occidente con mosse analoghe sul fronte interno, ma non ha dato certezze sulle prossime mosse: procederà a statalizzare senza indennizzo gli asset delle due utilities? Procederà con ulteriori mosse? Su questo si gioca una partita che è politica e psicologica.

Cosa può succedere

La mossa del Cremlino appare molto mirata: riporta sotto il controllo pubblico utilities energetiche funzionali a preparare una strategia di “arrocco” economico interno. Certo, il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha ribadito che il decreto non riguarda la proprietà, ma solo il potere di gestire i beni confiscati. Ma anche ricordato che in futuro Mosca potrà valersi di strategie analoghe in tal senso.

Il vero obiettivo sembra quello di “canalizzare” le politiche di disinvestimento occidentale in quei settori che appaiono più governabili dalle attuali competenze tecniche russe. E l’energia appare un settore dove Mosca può spingere oltre la guerra economica senza temere contraccolpi alla sua economia. Già l’anno scorso, nota Upstream Online, “le major occidentali che si sono ritirate dai loro progetti russi di petrolio e gas l’anno scorso hanno trasferito i loro asset a ex partner russi. Ad esempio, “ExxonMobil e Shell hanno perso le loro partecipazioni negli sviluppi offshore di Sakhalin nell’estremo est del paese, e la tedesca Wintershall Dea si è ritirata dalle società di produzione di gas promosse in società con Gazprom nella Siberia occidentale”. Anche la nostra Enel si è ritirata dalla Russia vendendo i suoi asset a Gazprom e Lukoil.

In altri settori, come l’industria tradizionale, Mosca non ha interesse a sequestrare o statalizzare. Conviene piuttosto tenere in un limbo normativo i Paesi rivali, Europa in testa, sperando che prima o poi la pressione riporti alla normalizzazione dei rapporti economici. Vale ad esempio per la continuità imposta all’attività di Volkswagen nel Paese, la cui vendita degli asset russi è stata congelata dai tribunali russi nell’applicazione del potere speciale garantito da Putin con il decreto sulle nazioni ostili. Capace di dare alle autorità di Mosca l’ultima parola sulla vendita di asset stranieri nel Paese.

Un vero e proprio golden power che mira a espandere le maglie del controllo russo laddove possibile e a esercitare pressioni per ridurre la quota di beni congelati all’estero che secondo Mosca vale complessivamente 300 miliardi di euro, constando principalmente nelle riserve straniere della banca centrale di Elvira Nabiullina. La mossa indirizzata nei confronti dell’Unione europea ricorda a Bruxelles che è proprio in direzione dei Ventisette che potrebbero essere esercitate le ritorsioni maggiori, aggiungendo elementi alla teoria di chi in vista del G7 giapponese vuole andarci piano sul proclamare un embargo totale a Mosca. Lo stop all’export appare impraticabile e anche la “strategia Robin Hood” su cui spingono particolarmente la Polonia e i Baltici di vendere in forma massiccia i beni russi confiscati o usarli come fonte di finanziamento per l’Ucraina rischia di esplodere e creare contraddizioni espandendo le contromosse russe.

Il primato della sicurezza sull’economia

Ciò che la mossa della Russia testimonia è in ogni caso la crescente volontà di molti regimi di imporre con forza il primato della sicurezza sulle ragioni del business. La relativa de-globalizzazione in atto, le sfide che deve affrontare un sistema economico pensato per un mondo “piatto” di commerci travolto dalla competizione geopolitica e la questione del primato dell’interesse nazionale sui commerci non valgono solo per l’Occidente post-pandemico. Sono interiorizzati anche dagli avversari strategici. Siamo a West versus The Rest su questo fronte? Presto per dirlo. Ma le mosse di Putin sono inequivocabili. E rientrano in una mobilitazione globale dei sistemi più avanzati verso modelli di economia di guerra che poco fanno ben sperare per l’ordine internazionale.

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