L’Unione Europea rischia di essere la grande perdente delle crisi geopolitiche che interessano il mondo? Dalla passata crisi energetica del 2021-2022 allo shock del Mar Rosso, passando per la partita dell’innovazione e della competizione Usa-Cina, non c’è scenario in cui il Vecchio Continente non rischi di finire come vaso di coccio tra i vasi di ferro. Ma c’è chi pensa alla prospettiva di rilanciare l’Europa superando i vincoli attuali a cui la costringono la minorità geopolitica e un assetto interno spesso eccessivamente burocratizzato. Tra questi il professor Pietro Paganini, docente alla Jonh Cabot e presidente di Competere.eu, istituto politico che svolge analisi e patrocinio per promuovere il commercio globale, l’innovazione e catene di approvvigionamento resilienti e sostenibili. Paganini si è confrontato con InsideOver su questi scenari complessi.
L’inizio del 2024 è stato contraddistinto da crisi geopolitiche ed economiche. Quali scenari impattano maggiormente aree come quella europea?
“L’Europa ha un problema di approvvigionamento dovuto alla sua naturale insufficienza energetica, dove la parola energia intende anche e soprattutto l’energia calorica, cioè il cibo, oltre che gas e petrolio. Questa insufficienza ci obbliga a importare con i rischi che stiamo sperimentando. La conseguenza più immediata, oltre all’instabilità politica, è l’inflazione che a sua volta può generare instabilità sociale. Queste turbolenze sono capitate proprio mentre l’Europa si è, diligentemente e legittimamente impegnata a implementare politiche lodevoli per la sostenibilità che portano dei costi. Queste politiche sono meglio comprese dai cittadini e hanno più possibilità di affermarsi in momenti di stabilità politica e di sicurezza economica. Se l’Europa ha avuto il merito di affrontare la questione ambientale, non ha avuto la capacità di modificare i propri piani di azione e rispondere immediatamente alle difficoltà che si sono improvvisamente presentate e verso le quali l’Europa stessa ha qualche responsabilità”.
In che misura la crisi di Suez sta facendo pesare i suoi effetti sull’economia europea?
“La crisi di Suez causa instabilità politica ed economica. Mette in crisi l’industria della logistica che è il perno del commercio globale spingendo i prezzi verso l’alto, rallentando le consegne, e a catena frenando i consumi ma anche la produzione. Questo vale soprattutto per chi non è autosufficiente come l’Europa. Gli USA sono più immuni a questa instabilità, uno perché sono lontani geograficamente dal centro dell’instabilità (Ucraina, Medioriente); due perché logisticamente sono più o meno immuni avendo la Cina a Ovest, il canale di Suez, e rifornendosi di cibo anche dal Centro e Sud America. tre sono infatti energeticamente più autosufficienti sia per petrolio e gas. Sono il principale esportatore di olio e gas liquido al mondo, per cui potremmo affermare che dalla crisi ci stanno guadagnando. Questa crisi penalizza la UE e premia gli USA che usano la UE come un pupazzo verso l’Ucraina e il resto del mondo. Non significa rompere il patto atlantico, ma usarlo come fanno gli USA”

Possiamo dire che la crisi scatenata dagli Houthi sia un campanello d’allarme per Paesi come quelli dell’Ue, che hanno dato per scontate le regole e i vantaggi della globalizzazione?
“Si, certamente. Non significa rinnegare il commercio globale che ci ha portato prosperità e stabilità. Significa non dare le regole per eterne, come un libro sacro. Le cose cambiano e con esso le regole e gli atteggiamenti. Per cui dovremmo imparare, come fanno la Cina e più subdolamente gli USA, a guardare i nostri interessi attraverso precise strategie, partnership globali e abbandonando l’ideologia per cui il mondo va democratizzato in un secondo”.
I prezzi energetici sono tornati ai livelli pre-invasione russa dell’Ucraina in questo primo scampolo di anno. Un buon segnale?
“Si. Perché si è ristabilito l’equilibrio tra domanda e offerta attraverso nuove fonti di approvvigionamento, tra cui gli USA da cui compriamo gas liquido. Un bon segnale. Ma smettiamola di guardare solo all’energia per le cose. Guardiamo all’energia calorica. I prezzi alimentari si sono placati questo mese, ma sono saliti costantemente i mesi precedenti, mandando in difficoltà le famiglie e gli stessi produttori nazionali, da cui la più complessa e articolata protesta degli agricoltori. La gente può abbassare di un grado la temperatura in casa, ma non può mangiare meno. E se non mangia meno, mangia male, da qui problemi come l’obesità, e le malattie non trasmissibili che sono la prima causa di morte. Questi problemi sono meno visibili perché riguardano i cittadini e non le grandi lobby ma nel tempo sono devastanti sia socialmente che economicamente e politicamente. La virata dell’Europa a Destra nasce da qui.”
Ormai è imprescindibile parlare di economia senza parlare di sicurezza. Questo paradigma emerge anche in strategie come il Green Deal europeo, il Critical Raw Materials Act e il Chips Act. Che prospettive hanno strategie di questo tipo?
“Ci sono due termini spesso accumunati ma molto diversi tra loro che esprimono due idee differenti di come affrontare i problemi. “Resilienza” e “Sostenibilità”. L’Europa ha inseguito la sostenibilità a tutti i costi per “salvare il pianeta”. Sappiamo come è andata. Gli USA hanno promosso la resilienza che include la sostenibilità ma come una tra altre variabili, quali autosufficienza, “friendshoring” (esportare, importare o investire solo con paesi amici), solidità delle filiere, costi, etc. Nel contesto della resilienza e in particolare di un piano che ha un chiaro obiettivo: restare il paese guida del mondo. Non più difendersi ma contrattaccare la spavalderia cinese. L’Europa non ha e non può avere un piano così ambizioso, perché non c’è una sola Europa. Ce ne sono 27 che a volte concordano, a volte no. L’Europa è un progetto molto diverso. Arriviamo ai piani di resilienza, ma molto dopo gli USA e sono sempre piani mediati sotto 27 bandiere”.
L’Italia come si posiziona in questa situazione? Quali punti di forza e debolezza sono evidenziati dalle crisi più recenti?
“Il Governo Meloni, o meglio la Presidente Meloni ha colto la necessità di “proteggere” l’Europa. Ma non ha compreso, ancora, quali strategia servono. E come per il calcio, non ha capito che la miglior difesa è l’attacco. Tradotto, la miglior protezione non è il protezionismo sovranista ma il commercio globale resiliente. Servono cioè piani che ripensino la globalizzazione e rendano Italia ed Europa competitivi. L’Italia non è autosufficiente in quasi nulla, soprattutto a livello energetico, anche alimentare. Dobbiamo importare, così come dobbiamo esportare i così detti prodotti dell’eccellenza. Quando importiamo dobbiamo farlo con paesi amici e in un insieme di regole – hanno ragione i coltivatori – eque, appunto resilienti. La sostenibilità deve essere all’interno di questa parola abusata “resilienza” (abusata in Europa, efficace negli USA)”.
A giugno ci aspetta una tornata decisiva di elezioni con le Europee. Che sfide dovrà affrontare la prossima Commissione Ue?
“Il primo passaggio, ma è un sogno, seppure in un contesto di un piano politico, serve riformare l’impalcatura della UE, per renderla un progetto dei cittadini e non un progetto burocratico. Il Parlamento che è la casa dei cittadini deve assumere il controllo dei processi legislativi. La Commissione deve assumere un ruolo esecutivo.
Cosa serve, a suo avviso, all’Europa?
Serve un piano ambizioso che sia trasformabile in azione. Fino ad oggi, vedi GDPR o AI Act, o Green Deal o Farm to Fork, la UE eccelle nei principi, e questo ci fa onore, o nei vincoli calati dall’alto su imprese e cittadini. Servono strumenti di sviluppo e di “empowerement” (potenziamento) dei cittadini e di chi fa impresa. Serve anche una visione coraggiosa. Gli USA vogliono dominare il mondo con i propri vassalli tra cui l’Europa. L’Europa vuole salvare il mondo con le regole della sostenibilità, con un complesso di colpa post coloniale. L’Europa dovrebbe salvare il mondo guidandolo nei principi e nella forza economica, cioè nella competizione.
Insomma, serve riscoprire il nostro posto nel mondo…
L’Europa è il più grande mercato del mondo dopo India e Cina, ma il più sviluppato tra i tre. Ma è e siamo un centro di innovazione e sviluppo e dobbiamo vedere gli altri come i nostri partner e mercati. Per ora ci distinguiamo per le regole. Gli USA si distinguono per innovazione e intelligenza produttiva. Il resto del mondo si contraddistingue per forza produttiva. Dobbiamo prendere il posto degli USA con quella capacità diplomatica e politica che oltre oceano non hanno. La vittoria di Trump sarebbe l’occasione. Per farlo bisogno dare potere ai cittadini, e limitare le burocrazie. Libertà contro privilegio diceva un vecchio detto liberale. Liberare i cittadini dai privilegi delle burocrazie che sono un freno allo sviluppo.

