La notizia di questi giorni è che John Elkann, presidente della casa automobilistica Stellantis e amministratore delegato di Exor, sta negoziando attraverso i suoi legali un versamento, per ora ufficioso, di 175 milioni di euro all’Agenzia delle Entrate, fra tasse e sanzioni, nell’ambito dell’indagine della procura di Torino per truffa e frode fiscale sull’eredità della nonna, Marella Agnelli, vedova di Gianni. L’ipotesi dell’accusa vede coinvolti anche i fratelli Lapo e Ginevra, il commercialista Gianluca Ferrero e il notaio svizzero Urs von Grünigen. Gli avvocati di Elkann avrebbero anche fatto richiesta della “messa in prova”, ovvero di un periodo di assegnazione ai lavori socialmente utili così da chiudere “rapidamente e definitivamente”, sia pur “senza alcuna ammissione tacita o parziale della fondatezza delle contestazioni”, un’inchiesta penale definita “una vicenda dolorosa sul piano personale e familiare”. Secondo MF-Milano Finanza, l’accordo con il fisco verrà giocato in sede civile da Margherita Agnelli, l’accusatrice che contesta ai nipoti della madre Marella, morta nel 2019, di esserne eredi legittimi, come da successione indicata nei testamenti depositati in Svizzera.
I fatti riguardanti la famiglia Agnelli vanno però oltre il merito giudiziario e pongono una questione politica: il ricorso ai “paradisi fiscali” da parte di esponenti del gotha industriale e finanziario italiano. O forse sarebbe meglio dire ex italiano, a guardare per l’appunto alle sedi prescelte per le tasse. Restando alla Exor (cassaforte che ha in pancia investimenti in Ferrari, Juventus, Iveco, CNH Industrial, The EconomistGroup ecc), nel 2022, assieme alla ex accomandita Giovanni Agnelli, aveva già chiuso un contenzioso con l’Agenzia delle Entrate derivato dal trasferimento del domicilio fiscale in Olanda. Accordo dal costo salato: quasi un miliardo di euro. Ma andando ancora più indietro, a fornire una retrospettiva storicamente interessante sono i Panama Papers, i documenti dello studio legale Mossack Fonseca all’origine dello scandalo scoppiato nel 2016 per iniziativa del pool internazionale di giornalisti investigativi Icij.
Cosa emerge dalle carte
Da quelle carte emerge una filiera di società fiduciarie, ovvero schermate e quindi utili a rendere meno visibili i capitali, sparse in piccoli Stati dove la tassazione su reddito e immobili è pressoché zero. Si tratta di Montecarlo (Principato di Monaco), del Granducato di Lussemburgo, del Principato del Liechtenstein, delle Isole Vergini, delle Isole Bermude, dell’arcipelago delle Bahamas e delle Channel Island (otto isole nel Canale della Manica non facenti parte del Regno Unito ma sotto giurisdizione della Corona britannica, come del resto Bermude, Bahamas e Vergini). A Montecarlo, com’è noto, hanno residenza per il fisco il tennista Jannik Sinner e l’imprenditore Flavio Briatore, mentre nell’elenco del Lussemburgo (leggibile qui) fra le varie si trovano la Ferrero, holding di Giovanni Ferrero in testa alla classifica degli uomini più ricchi d’Italia (40 miliardi di patrimonio, dati Forbes), e la Fiat Chrysler Finance (società pre-Stellantis che secondo l’Ufficio Camerale conta, per l’anno corrente, 44 dipendenti).
Secondo quanto riportato dal settimanale L’Espresso (“Le nuove offshore di nonna Marella e degli Elkann”, 21 ottobre 2024), nel 2004, dopo la morte di Gianni Agnelli, alle Bahamas una sostanziosa porzione del patrimonio estero dell’Avvocato viene convogliata in due trust, The Providenza e The Providenza II. Beneficiaria era Marella, che lo sarebbe stato anche di un fondo alle Isole Vergini intestato alla Bundeena Consulting. Alla scomparsa della nonna, i nipoti John, Ginevra e Lapo ne ereditarono le sostanze. Sempre stando alla ricostruzione dell’Espresso, sarebbe stato John a gestire successivamente il tesoro alle Bahamas, tramite un fondo lussemburghese attivo dal 2014. E otto anni dopo, nel 2022, Margherita ha denunciato i tre fratelli Elkann ai giudici torinesi per presunta frode fiscale ai danni dello Stato italiano, che sarebbe avvenuta proprio tramite i trust alle Bahamas.
Delocalizzazione fiscale come strategia
Tuttavia, nel caso del gruppo guidato da John Elkann, è l’intera strategia finanziaria di famiglia che sembra orientata alla delocalizzazione fiscale. Avevamo lasciato la multinazionale italo-francese Stellantis, con quartier generale a Detroit fin dai tempi di Fca, nel tentativo di trovare sponde nell’amministrazione Trump per sfruttarne le promesse di sgravi. L’anno scorso, ad esempio, la dirigenza aveva deciso di investire più di 400 milioni di dollari nell’elettrificazione delle fabbriche in Michigan. Poi, inaugurata la tarantella di The Donald sui dazi, è passata al licenziamento temporaneo, nell’aprile di quest’anno, di 900 operai negli impianti di Warren, Sterling Heights e Indiana.
Exor, invece, nel 2023 era entrata nell’azionariato di Philips, anch’essa domiciliata fiscalmente nei “liberali” Paesi Bassi, e per quest’anno, definito “cruciale”, ha messo in programma nuove acquisizioni per 2 miliardi (fruttati dalla liquidità di 3 miliardi dovuta al buyback di una quota di Ferrari nel febbraio scorso). Ma anche la CNH (veicoli agricoli) ha sede legale olandese e residenza fiscale in Inghilterra. Alleggerire i bilanci dalle imposte rappresenta, insomma, una via sistematica per macinare dividendi. Ultimo esempio è la cessione del 50,1% di Comau (robotica, 3700 lavoratori di cui 700 in Italia) insediata a Grugliasco, a due passi da Torino, al private equity statunitense One Equity Partners.
Ci sarebbe infine una considerazione di tipo etico, se di etica si può parlare quando ci si occupa di imprese private, in quanto tali votate alla massimizzazione del profitto. Elkann è erede diretto di un impero che ai tempi gloriosi era riunito sotto le insegne della Fiat, che dalla Repubblica italiana ha ricevuto, decennio dopo decennio, fior di aiuti statali sotto varie forme. Invocare l’affidamento ai servizi sociali per evitare il processo per truffa allo Stato ha oggettivamente del surreale. Ma lasciamo stare questo piano, e concludiamo tornando a bomba su quello politico. La manodopera di Stellantis in Italia consiste in 70 mila dipendenti, di cui quasi un settimo “girati” agli ammortizzatori sociali. A Mirafiori, lo stabilimento storico, proseguono i tagli: 600 esuberi annunciati a giugno, che si aggiungono ai precedenti 1.000 fra Melfi, Termoli, Pratola Serra e Pomigliano d’Arco (dove nei primi sei mesi del 2025 la produzione della Dodge Hornet 2026, omologa americana dell’Alfa Romeo Tonale, è collassata: meno 90%).
L’anno scorso, l’azienda ha avuto il coraggio di inscenare la lagna, per bocca dell’ex ad Carlos Tavares, contro il nostro Paese reo di osare criticarla “solo perché produciamo meno” nello Stivale, e battendo cassa per ottenere sussidi governativi con cui promuovere un mercato dell’auto elettrica che non accenna a decollare. E dire che, con il gruppo editoriale Gedi (Repubblica, La Stampa, ecc), Elkann conserva qualche bocca di fuoco da puntare sull’opinione pubblica, benché siano da tempo ricorrenti le voci di vendita di un comparto, quello mediatico, che ormai costa più di quello che rende. Ecco, se in una nazione nella quale illo tempore, con somma spudoratezza, si diceva che ciò che andava bene alla Fiat andava bene per l’Italia, se avessimo una politica (non importa se di destra o di sinistra) che avesse a cuore l’orgoglio nazionale, questa politica ideale che non c’è riserverebbe una sola parola, al signor Elkann: vergogna.
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