Elezioni Usa: la finanzia dice Harris ma Big Tech chiede udienza a Trump

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Mancano una manciata di ore a quelle che potrebbero essere le elezioni Usa più serrate degli ultimi decenni. I mercati, oltre all’arena politica, sono i primi a subire i contraccolpi della scelta del nuovo inquilino della Casa Bianca, ma spesso sono in grado di fiutare con largo anticipo il vincitore.

I mercati propendono per Trump?

I mercati finanziari tendono a preferire stabilità e prevedibilità. In generale, un candidato come Kamala Harris potrebbe essere visto come più favorevole a politiche fiscali espansive e investimenti in infrastrutture, che possono stimolare la crescita economica. D’altra parte, Donald Trump è spesso associato a politiche pro-business e deregulation, che possono attrarre investimenti. Sui mercati finanziari, l’aspettativa sembra propendere per una vittoria dell’ex presidente. I trader non hanno di certo ignorato il significativo recupero di consensi ottenuto dal candidato repubblicano nell’ultimo mese. Ma non è tutto. Da diversi mesi, infatti, le sale operative monitorano attentamente quello che è stato ribattezzato il “Trump trade“, ovvero i movimenti degli asset più influenzati da una possibile vittoria repubblicana.

Standard & Poor’s preferisce Harris

Dagli anni Venti, lo Standard & Poor’s 500 è il più importante indice azionario nordamericano. Sebbene storicamente siano nati prima gli indici Dow Jones, questo paniere ha assunto con il tempo maggiore importanza presso gli investitori. Viene calcolato dal 1957 grazie alle funzionalità di calcolo avanzate e complesse possibili con i progressi nel campo dell’elettronica. Prima del 1957, conteneva solamente 90 titoli. Lo S&P 500 oggi contiene 500 titoli azionari di altrettante società quotate a New York (NYSE e Nasdaq), rappresentative dell’80% circa della capitalizzazione di mercato, che vengono selezionate da un apposito comitato: copre un’ampia gamma di settori, tra cui tecnologia, sanità, energia e finanza. Su 24 elezioni presidenziali, l’indice è stato capace di prevedere l’esito di ben 20. Quando l’S&P 500 tende a salire nei tre mesi precedenti alle elezioni statunitensi, il presidente o il partito in carica tende a essere rieletto. Se scende, vuol dire che un cambio di passo è in atto. L’indicatore non ha sempre funzionato, ma possiede un track record impressionante.

Le prossime elezioni, tuttavia, costituiscono un unicum per diverse ragioni. Non esiste un incumbent nel vero senso della parola, a cui si aggiunge il fatto che proprio l’elezione di Joe Biden (dopo quella di Ronald Reagan, Richard Nixon e Dwight Eisenhower) venne cannata dall’indice nel 2020. A così pochi giorni dall’apertura delle urne, S&P 500 è cresciuto del 11,8 % dall’inizio di agosto: Supponendo che le azioni statunitensi non subiscano un crollo drammatico a seguito di qualche evento imprevisto negli ultimi giorni della campagna, la tendenza storica è chiaramente a favore di Kamala Harris.

Big Tech cerca di recuperare terreno con Trump

Al netto di ciò, tuttavia, va ricordato che i 10 titoli che attualmente hanno un peso maggiore nel paniere e che assieme raggiungono il 21% circa del totale, sono: Apple, Microsoft Corp, Amazon, Berkshire Hathaway, Johnson & Johnson, JP Morgan Chase, Facebook, Exxon Mobil, Alphabet C e Alphabet A. Proprio i CEO di Big Tech, negli ultimi giorni, sembrano aver cercato udienza presso Trump: il tycoon e il CEO di Apple Tim Cook hanno chiacchierato alcuni giorni fa dei problemi legali in corso del produttore di iPhone in Europa. Anche il CEO di Amazon Andy Jassy ha contattato di recente l’ex presidente per parlare con lui. E Mark Zuckerberg lo ha chiamato quest’estate dopo il primo fallito tentativo di assassinio, durante il quale il CEO di Meta ha detto al candidato repubblicano di ammirare il modo in cui ha gestito la sparatoria e gli ha augurato una pronta guarigione. Una spinta intensificata da parte di alcuni dei leader più influenti di Big Tech per parlare con l’ex presidente prima del giorno delle elezioni, per mettersi al sicuro in caso di secondo mandato.

Uno sguardo all’Europa

Il clima di incertezza legato alle elezioni sta creando pressioni sui mercati azionari, con un sentiment che si fa sempre più teso. Mentre l’euro guadagna terreno in risposta all’aumento dell’inflazione, il dollaro USA mostra segnali di debolezza in vista del prossimo rapporto sulle buste paga. Le perdite settimanali sui mercati globali si ampliano, con i principali indici di Stati Uniti ed Europa attesi in calo, influenzati dalla serrata competizione tra Trump e Harris. Michael McCarthy, esperto di mercato e Chief Commercial Officer di Moomoo Australia, sostiene che il timore principale dei mercati è il possibile stallo elettorale, che potrebbe compromettere il mercato rialzista che dura da oltre quattro anni, con ripercussioni negative a livello globale.

Venerdì 1° novembre, il principale indice azionario europeo ha segnato il suo incremento più significativo in cinque settimane, trainato da un rimbalzo delle banche che ha sostenuto la ripresa generale del mercato. Nel contesto degli utili, il settore bancario ha registrato il maggior rialzo settimanale, mentre il comparto alimentare e delle bevande ha subito le perdite più pesanti. Tuttavia, persiste una certa cautela in vista delle combattute elezioni presidenziali americane, che giovedì 31 ottobre hanno contribuito a far registrare allo STOXX 600 il suo calo mensile più marcato in un anno. Con i mercati che prevedono un possibile ritorno di Trump alla presidenza, si teme che l’aumento delle tariffe doganali e l’incremento dei bilanci per la difesa possano rappresentare un ulteriore colpo per un’economia europea già in difficoltà.

…e uno all’Asia-Pacifico

In risposta alle incertezze elettorali negli Stati Uniti, gli investitori stanno puntando sempre più sui titoli di Stato asiatici, con una particolare preferenza per quelli indonesiani, considerati un rifugio sicuro. Gestori patrimoniali come Allianz si mostrano fiduciosi sul debito sovrano dell’Asia, escludendo la Cina, e prevedono che i recenti tagli ai tassi di interesse nella regione aumenteranno ulteriormente la domanda. Secondo gli esperti, le prospettive di riduzioni dei tassi rafforzano l’attrattiva di questi bond come strumento di protezione contro l’incertezza dei mercati. Del resto, nelle prossime settimane ci si attende un incremento della volatilità, e che per gli investitori alla ricerca di stabilità al di fuori degli Stati Uniti l’Asia rappresenta un’interessante opportunità. Mentre negli Stati Uniti si avvicina la data del 5 novembre, i trader dei mercati asiatici si stanno preparando a fronteggiare potenziali picchi di volatilità. Wall Street, inoltre, ha consigliato prudenza, avvertendo i clienti di un possibile calo della valuta cinese in vista di crescenti tensioni tariffarie, che potrebbero avere un impatto su titoli tecnologici e settori come quello dei semiconduttori, già esposti al rischio di una nuova guerra commerciale. Nel frattempo, le banche centrali di Corea del Sud, Indonesia e Filippine hanno adottato una politica di riduzione dei tassi, con la Corea che ha operato un taglio per la prima volta in oltre quattro anni.