Ehud Barak, Viktor Orban e l’oligarca russo: le vie oscure della diplomazia dei capitali

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La rivelazione di alcune email riservate che coinvolgerebbero Ehud Barak, Viktor Orban e l’oligarca russo Viktor Vekselberg illumina un pezzo della diplomazia informale che oggi attraversa l’Europa. Barak, ex primo ministro israeliano e figura di lungo corso nelle reti di sicurezza e business internazionale, avrebbe facilitato un contatto diretto tra il leader ungherese e uno dei più influenti imprenditori russi, noto per la sua vicinanza al Cremlino. L’obiettivo? Esplorare possibili cooperazioni economiche tra Budapest e gli interessi di Vekselberg, soprattutto in settori strategici come energia, metalli e infrastrutture.

Orban da anni conduce una politica di “equilibrismo strategico”: membro UE e NATO, ma disponibile a mantenere relazioni economiche con Mosca, soprattutto in campo energetico. Budapest ha già sfidato le politiche di Bruxelles sul gas e sul nucleare, cercando di garantirsi forniture stabili a costi competitivi. Un eventuale canale privilegiato con Vekselberg – che ha investimenti in metalli, alluminio, energia e tecnologie – rafforzerebbe la posizione ungherese, ma rischierebbe di esporla a sanzioni secondarie e a nuove tensioni con l’Unione Europea.

Il ruolo di Barak: facilitatore o imprenditore globale?

L’ex premier israeliano non è nuovo a operazioni complesse che uniscono politica e affari. Il suo ruolo in questa vicenda appare quello di mediatore, forse per aprire un dialogo tra due capitali interessate a diversificare i propri partner. Ma il coinvolgimento di Barak ha anche un significato più ampio: mostra come personalità con reti transnazionali possano diventare strumenti di diplomazia “parallela”, capace di aggirare i canali ufficiali e creare convergenze inaspettate.

Il nodo centrale resta l’impatto geopolitico di un tale asse. Vekselberg è tra i magnati russi più osservati dall’Occidente per il suo peso nei settori strategici. Qualsiasi cooperazione con governi UE può generare frizioni, specie nel contesto di guerra in Ucraina e di sanzioni economiche in vigore. Per Budapest, la sfida sarebbe ottenere benefici economici senza compromettere la propria posizione nel mercato europeo.

La diplomazia dei capitali

Se confermato, l’episodio è un esempio della “diplomazia dei capitali” che caratterizza il nuovo ordine mondiale: leader e oligarchi che usano reti personali e intermediazioni informali per costruire ponti economici in un momento in cui le relazioni ufficiali sono congelate o ostili. È la dimostrazione che la guerra economica non blocca gli scambi, ma li sposta su piani più opachi, dove il rischio reputazionale e politico è molto più alto.

Per l’Ungheria, l’eventuale avvicinamento a Vekselberg sarebbe coerente con la sua politica estera autonoma, ma rischia di diventare un punto di frizione con l’UE e con gli USA. Per Barak, la vicenda conferma un profilo da “global player”, capace di muoversi tra politica, intelligence e business. In un’epoca di riallineamenti multipolari, questo tipo di iniziative può anticipare nuovi scenari, in cui i legami personali contano quanto – se non più – degli accordi ufficiali.