Questo articolo è reso liberamente disponibile ai lettori dall’ultimo numero di “InsideUsa”, la newsletter che racconta gli Stati Uniti d’America in modo unico e approfondito, offrendo prospettive e analisi che altri non forniscono. Con un approccio fresco e dettagliato, InsideUsa si propone di far luce sulle storie più significative e intriganti del panorama americano, regalando ai lettori una visione autentica e fuori dagli schemi.
Sulle colonne di questa testata, abbiamo raccontato come siano due le figure chiave che hanno “ispirato” il presidente Usa Donald Trump e la sua discussa politica dei dazi: Robert Lighthizer, esperto negoziatore commerciale e avvocato, presidente del Center for American Trade presso l’America First Policy Institute (Afpi) e Stephen Miran, nominato dallo stesso Trump come presidente del Consiglio dei Consulenti Economici (Council of Economic Advisers, CEA), già senior strategist presso il fondo speculativo Hudson Bay Capital Management e come fellow presso il Manhattan Institute. Sul sito della Casa Bianca, è proprio quest’ultimo a svelare qual è il vero obiettivo dei dazi di Trump.
Miran e lo squilibrio commerciale
Miran afferma che gli Usa offrono beni pubblici globali, come “la più grande era di pace che l’umanità abbia mai conosciuto” grazie alla sicurezza e il dollaro come riserva che sostiene “la più grande era di prosperità”. Questi benefici costano cari, con “deficit commerciali insostenibili” che hanno “decimato il nostro settore manifatturiero” degli Stati Uniti. Donald Trump vuole porre fine al “free-riding” delle altre nazioni, riequilibrando difesa e commercio per favorire gli americani.
Miran difende la politica dei dazi, dicendo che “i Paesi possono accettare tariffe sulle loro esportazioni senza ritorsioni”, oltre a più acquisti dagli usa e investimenti in fabbriche americane. Critica i modelli economici, notando che “il lungo periodo è qui, e i modelli sono sbagliati”, poiché il dollaro forte distorce i mercati. I dazi, spiega, “sono pagati in gran parte dal paese tariffato”, come dimostrato con la Cina nel 2018-2019. Infine, il burden-sharing è vitale per continuare a guidare il mondo libero”, ricostruendo l’industria e assicurando equità globale.
Il presidente Trump, afferma Miran, “ha chiarito che non tollererà più che altre nazioni si approprino del nostro sangue, sudore e lacrime”, sia nella “sicurezza nazionale che nel commercio“. L’amministrazione Trump si è già “mossa con forza”, nei suoi primi cento giorni, per “riorientare le nostre relazioni di difesa e commerciali” per mettere gli americani “su un terreno più equo”. Il presidente ha promesso di “ricostruire la nostra base industriale in frantumi” e di “perseguire termini commerciali che mettano al primo posto i lavoratori e le aziende americane”.
La replica di Bertrand
Una visione dell’America (e del mondo) fortemente contestata da Arnaud Bertrand, rinomato imprenditore francese, fondatore di HouseTrip e apprezzato commentatore su questioni di economia e geopolitica. Bertrand critica duramente il comunicato di Steve Miran, presidente del Consiglio dei Consulenti Economici della Casa Bianca, definendolo “follemente disonesto”. Miran giustifica i dazi presentando lo status del dollaro come valuta di riserva globale non come un “privilegio esorbitante”, ma come un “fardello” per cui il mondo dovrebbe compensare gli USA. Bertrand sottolinea che Miran lamenta i deficit commerciali, che “hanno decimato il settore manifatturiero”, ma vuole mantenere il dominio finanziario americano, chiedendo agli altri paesi di “scrivere assegni al Tesoro” per sostenerlo.
Bertrand ribatte che questo status permette agli Usa di “consumare più di quanto producano”, un privilegio, non un peso, e che i dazi sarebbero un “doppio tributo” poiché i Paesi già pagano accettando dollari. Accusa Miran di capovolgere la realtà, come quando attribuisce a Cina la crisi del 2008, ignorando che fu causata da fallimenti regolatori americani e che la Cina aiutò a mitigare il disastro. Bertrand vede questa proposta come un tentativo degli Usa di “avere la botte piena e la moglie ubriaca”, un potere sfruttatore che richiede una scelta globale: sottomettersi o resistere collettivamente.

