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I tempi in cui, complice una non secondaria attenzione della stampa nazionale, i giudizi delle agenzie di rating internazionali erano attesi in Italia come vere e proprie ordalie, prove del nove decisive per la stessa sopravvivenza del sistema-Paese sembrano oggigiorno lontanissimi. Eppure non più tardi dell’era del governo gialloverde una narrazione spesso a senso unico propendeva per l’idea di un’Italia potenzialmente diretta verso il default qualora gli investitori internazionali che controllano gruppi come Moody’s, Standard & Poor’s, Fitch e Dbrs avessero declassato il debito italiano a un rating junk (spazzatura) escludendolo di fatto dal perimetro degli acquisti di diversi fondi e organizzazioni internazionali.

Come se la finanza potesse esistere senza sponda politica, come se il giudizio dei mercati fosse parola divina: già allora la ristrettezza di vedute di un pensiero economicistico si scontrava con la realtà dei fatti che vedeva un quantitative easing in piena azione a sostegno dei debiti pubblici dell’Eurozona. Un atto pienamente politico guidato dall’azione dell’allora governatore della Bce Mario Draghi. Il quale in un clima di ben diversa predisposizione d’animo e con una solidità ben più consolidata si prepara ora a doppiare, in tutta tranquillità, i primi scogli del rating.

I voti in arrivo per l’Italia

“Le revisioni sul merito di credito inizieranno domani sera con S&P, per proseguire poi con Dbrs (30 aprile), Moody’s (7 maggio) e concludersi con Fitch (4 giugno)”, nota Il Sole 24 Ore. Un “fuoco di fila” che il governo Draghi si prepara ad affrontare con una predisposizione ben diversa da quella che contraddistingueva il governo Conte II per ragioni che prescindevano dalle scelte contingenti dell’esecutivo guidato dall’avvocato pugliese. L’effetto-Draghi, ovvero la chiamata al governo di una figura autorevole e tutt’altro che esclusivamente tecnica come il banchiere romano, ha sicuramente un peso. Ma non basterebbe da sè a spiegare la ritrovata serenità del Paese di fronte al “giudizio” del rating senza un’analisi del contesto in cui l’Italia si trova ora e in cui si trovava un anno fa.

Tra marzo e aprile 2020 il nuovo, poderoso intervento della Banca centrale europea doveva ancora prendere pienamente corpo, la mobilitazione tra interventi diretti e misure indirette di ben 3mila miliardi di euro in dodici mesi dovevano ancora pienamente manifestarsi e le riflessioni espresse da Draghi sul Financial Times riguardo la fine del feticcio del debito pubblico erano in via di consolidamento nelle strategie politiche nazionali. Oggigiorno, dunque, più che le previsioni sul debito pubblico italiano (previsto in crescita al 158% per fine 2021) contano la rilevanza della sponda Bce, che di fatto sterilizza gran parte del rischio insito nei nostri Btp, e il vento positivo che vaccinazioni, politiche anti-cicliche e riaperture garantiscono per il superamento degli effetti economici della pandemia.

Quale può essere il giudizio per il nostro Paese

Marie-Anne Allier, gestore del fondo Carmignac Sécurité, ha dichiarato al Sole di ritenere in questo quadro estremamente improbabile un declassamento dell’Italia capace di far partire vendite forzate da parte degli investitori istituzionali. Ragionando con l’ottica dell’investitore istituzionale, in una fase di rendimenti decrescenti per la diffusione massiccia di grandi quote di liquidità le obbligazioni sovrane italiane risultano estremamente appetibili perchè sono quelle garantite dal maggior rendimento tra i Paesi europei di grande dimensione e uniscono alla garanzia data dalla strutturale solidità del sistema-Paese (too big to fail, per usare un gergo finanziario) l’opportunità di estrarre rendimenti in un contesto volatile.

La sponda Bce è nuovamente vista come decisiva per la determinazione dei costi di provvista bassi indotti dall’intervento dell’Eurotower, che finanziando in maniera favorevole una parte dei nostri titoli permetterà a Roma di muoversi con maggiore serenità sui mercati, come del resto notato già da big della finanza statunitense quali BlackRock e Goldman Sachs, che nel 2020 hanno puntato sui Btp ritenendoli un ottimo prodotto di investimento.

“Un migliore contesto politico italiano, una Bce molto accomodante e l’imminente lancio del Recovery Fund dovrebbero fornire supporto al rating” secondo gli analisti di Barclays Capital. Per il governo Draghi la vera sfida non sta dunque nella sostenibilità del debito pubblico, già garantita in questa fase emergenziale dal contesto strutturale, ma dal suo uso strategico e dalla capacità di mobilitare a sostegno di un grande progetto nazionale le migliori energie del sistema-Paese. La valutazione dell’attuale round di emissioni del Btp Futura sarà un banco di prova non da poco per Roma, così come lo saranno i giudizi sui nuovi decreti che contengono misure per la crescita, in attesa della sfida-chiave del Recovery. Il vero rating per l’Italia saranno i tassi di crescita di prodotto interno e occupazione che le misure del governo Draghi sapranno garantire negli anni a venire.