Una nuova tecnica sul nichel potrebbe rendere l’idrogeno verde più economico e affidabile

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Da tempo l’idrogeno è considerato una delle alternative più promettenti ai combustibili fossili per quei comparti dove l’elettrificazione diretta appare proibitiva, come l’industria pesante, lo shipping e l’aviazione. Se impiegato in celle a combustibile o tramite combustione, questo vettore non rilascia CO₂ nell’atmosfera; tuttavia, la quasi totalità della molecola attualmente in commercio non può definirsi “verde”, poiché deriva ancora da idrocarburi e implica una forte dispersione energetica.

Produrre idrogeno attraverso l’elettrolisi dell’acqua alimentata da fonti rinnovabili resta, infatti, un’operazione costosa e complessa da scalare su base industriale. In questo scenario si inserisce la ricerca dell’Università norvegese di scienza e tecnologia (NTNU), che ha individuato un’innovazione tecnica capace di incidere concretamente su uno dei passaggi critici della produzione.

Lo studio – sviluppato dal dottorando Yukihiro Takahashi – si concentra sull’elettrolisi dell’acqua alcalina (AWE), una delle tecnologie più diffuse e sviluppate. Il lavoro propone un modo più efficiente di realizzare e controllare i materiali già impiegati negli impianti esistenti; l’obiettivo è rendere il processo più affidabile e meno costoso, riducendo sprechi di materiale e migliorando la durata degli elettrolizzatori, due fattori che pesano in modo profondo sui costi finali.

Il tema tecnico del nichel negli elettrolizzatori alcalini

Nel cuore degli elettrolizzatori alcalini si trovano piastre metalliche che devono condurre elettricità, resistere a condizioni chimiche aggressive e favorire le reazioni elettrochimiche che separano l’acqua in idrogeno e ossigeno. Per svolgere questa funzione, vengono comunemente rivestite di nichel, un metallo che offre una buona resistenza alla corrosione e un’adeguata attività catalitica. Il problema non è il materiale in sé, ma il modo in cui viene applicato.

Il rivestimento avviene tramite placcatura elettrolitica, un processo che utilizza la corrente elettrica per depositare ioni metallici su una superficie: se la distribuzione della corrente non è uniforme, il nichel tende a depositarsi in modo irregolare, creando strati troppo spessi in alcune aree e troppo sottili in altre. Questo comporta uno spreco di materiale, prestazioni non ottimali e una riduzione della vita utile degli elettrodi. Nel tempo, tali inefficienze si traducono in maggiori costi operativi e di manutenzione per gli impianti di produzione di idrogeno.

Takahashi ha affrontato questo problema introducendo agenti complessanti, sostanze chimiche in grado di legarsi agli ioni di nichel e di rallentarne la deposizione: questo consente di controllare meglio la crescita del rivestimento, rendendolo più uniforme e prevedibile. Allo stesso tempo, il ricercatore ha sviluppato modelli matematici in grado di simulare il comportamento del nichel in diverse condizioni operative, come variazioni di pH, densità di corrente e spessore del rivestimento.

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Un modello per ridurre sprechi e costi industriali

Uno degli aspetti centrali dello studio è l’uso della modellazione matematica per prevedere l’esito del processo di placcatura prima della produzione effettiva. Secondo quanto riportato dalla NTNU, il modello sviluppato da Takahashi è in grado di stimare come si distribuirà il nichel sugli elettrodi in presenza di agenti complessanti e di altri additivi chimici: questo approccio consente di ridurre il numero di tentativi falliti, limitare il consumo di materiali e accelerare l’ottimizzazione del processo.

In termini industriali, ciò si traduce in una maggiore coerenza produttiva, minori tempi di inattività e una riduzione degli sprechi di nichel, un materiale che ha un costo non trascurabile e una catena di approvvigionamento sensibile alle dinamiche di mercato. Migliorare la qualità e la durata dei rivestimenti significa anche prolungare la vita operativa degli elettrolizzatori, riducendo la frequenza degli interventi di manutenzione e sostituzione.

Gli autori sottolineano che il metodo è stato validato in laboratorio e rappresenta una prova di concetto: restano aperte le sfide legate al ridimensionamento industriale e all’integrazione nei sistemi produttivi esistenti, ma il principio alla base del modello potrebbe essere comunque applicato anche ad altri processi elettrochimici, ampliando il potenziale impatto della ricerca oltre il solo ambito dell’idrogeno.

I limiti strutturali dell’idrogeno verde

Il lavoro condotto alla NTNU offre un esempio concreto di come miglioramenti tecnici specifici possano incidere su alcuni dei fattori che rendono oggi l’idrogeno verde poco competitivo. Intervenire sull’efficienza dei materiali e sulla prevedibilità dei processi produttivi è una strategia pragmatica, che evita di affidarsi a soluzioni radicali ancora lontane dalla maturità industriale; allo stesso tempo, è importante collocare questa innovazione nel suo contesto reale.

Sebbene il mercato resti legato a variabili esterne come il costo delle rinnovabili e le reti infrastrutturali, l’innovazione di Takahashi rappresenta un cambio di passo fondamentale: eliminando le inefficienze interne al sistema, la ricerca norvegese abbatte una delle barriere tecniche più ostiche, trasformando l’elettrolisi alcalina in una soluzione solida, competitiva e pronta per sostenere le ambizioni industriali della transizione energetica.