La discussione dominante nell’Europa delle ultime settimane circa i più efficaci tra gli strumenti da mettere in campo per rispondere alla crisi economicalegata all’emergenza coronavirus si è incentrata su temi subottimali.

In ordine decrescente di problematicità, il Meccanismo europeo di stabilità,la costituzione di un Recovery Fund paneuropeo e la possibilità di emettere Eurobondinfatti, sono soluzioni politicamente complesse, che implicano un gradiente di incertezza e una riduzione, anche parziale, delle prerogative sovrane degli Stati nell’esercizio della risposta alla crisi.

La più funzionale delle soluzioni è, tutt’ora, esclusa dalle regole dell’architettura comunitaria ma, alla luce degli sviluppi globali delle ultime settimane, appare al tempo stesso l’unica soluzione capace di dare risultati certi: la monetizzazione del deficit ad opera della banca centrale.

La Banca Centrale Europea è in un certo senso già intervenuta a sostenere i debiti pubblici dei Paesi europei con il piano di acquisto Pandemic Emergence Purchase Programm che, sommato al nuovo quantitative easing, porterà all’acquisto di oltre mille miliardi di titoli comunitari da qui a fine 2020. Titoli in larga misura spalmati su durate pluriennali, la cui detenzione da parte dell’Eurotower consente agli Stati di poter espandere il proprio debito pubblico in risposta alla crisi senza correre il rischio di pericolose destabilizzazioni. Non a caso, per citare l’esempio italiano, la finanza statunitense ora raccomanda l’acquisto di Btp decennali: la garanzia Bce su una parte del debito pubblico che potrebbe toccare circa il 30% del totale e i tassi negativi di finanziamento su di essa facilitano le emissioni sovrane italiane.

Diverso però è il caso di un intervento diretto della Bce nella monetizzazione dei deficit nazionali. Come ha scritto Carlo Pelanda su La Verità, “servirebbero modifiche di prassi dello statuto Bce, per esempio poter trattenere in bilancio i titoli per decenni invece che per tre anni, in sostanza sterilizzandoli. Ma quanta carta debitoria può assorbire il bilancio di una Banca centrale? Le ricerche sono in corso nel mondo – chi scrive vi partecipa – e le sensazioni preliminari sono che ne possa assorbire (e smaltire) tanta”. La svolta della Federal Reserve negli Usa, che ha scelto di “passare il Rubicone” armando il bazooka dell’intervento statale, favorendo la svolta keynesiana di Donald Trump, e la decisione della Bank of England di coprire interamente il deficit di bilancio del governo Johnson vanno in questa direzione.

Non crediamo alle illusioni della cosiddetta teoria monetaria moderna, scuola di pensiero radicale di stampo statunitense, secondo cui il controllo della leva monetaria possa essere l’esclusiva determinante della politica economica. Tuttavia, in una fase emergenziale il primato della politica fiscale sulle scelte monetarie appare sacrosanto. Del resto, gli attuali acquisti Bce sono discrezionalmente erogati: molto più performante è il caso di una banca centrale che tiene sotto controllo i titoli nazionali coprendoli contestualmente alle emissioni.

In Italia due economisti protagonisti della prima esperienza di governo di Giuseppe Conte, l’ex ministro per gli Affari Europei Paolo Savona e l’ex ministro dell’Economia Giovanni Triahanno nell’ultimo biennio spinto per una svolta dell’Eurotower, chiedendo rispettivamente un’estensione delle sue competenze al ruolo di prestatore di ultima istanza e un superamento del tabù della “monetizzazione dei deficit” pubblici europei come volano anticrisi. Questo perché l’Europa, sotto il profilo politico e monetario, non può oggi operare con la libertà del resto del mondo. Se, come indicato da Mario Draghi, l’arma vincente contro la crisi è il deficit nazionale e il suo sdoganamento a pieno regime, perché l’Unione non compie il passo dell’unica riforma capace di render la Bce prestatore di ultima istanza e garante completo dei debiti del Vecchio Continente? Su questa partita bisognerebbe aspettare la più arcigna resistenza dei falchi del Nord, guidati dall’Olanda. I Paesi che da anni col mito del rigore e dell’austerità hanno contribuito più di tutti ad affossare il progetto europeo.