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Parola a lungo tabù sulla bocca di politici, commentatori ed operatori economico-finanziari di tutto il mondo, “recessione” è oggi altrettanto interiorizzata dagli stessi come conseguenza inevitabile dell’impatto della crisi da coronavirus sul pianeta. Non è ancora definitivamente accertato se il contagio si cronicizzerà in una malattia economica di lungo periodo, in uno scenario depressivo pronto a proseguire per anni, o se si esprimerà di fatto in una batosta di breve termine.

Indipendentemente dallo scenario in cui si manifesterà, i danni della recessione economica saranno seri. In primo luogo per l’entità materiale del crollo che, come vedremo citando diversi studi, è difficile preconizzare. In secondo luogo, per la grande crescita dell’incertezza degli operatori di fronte alla scarsa tenuta del sistema a shock sistemici di natura esogena (“cigni neri“). Infine, per l’accresciuta consapevolezza che la resilienza della globalizzazione economica è tutt’altro che dimostrata nel contesto odierno e che, anzi, il blocco di catene logistiche e valoriali può amplificare il danno prodotto dagli shock.

In certi ambienti economici delle grandi capitali finanziarie, ci confermano voci di insider degli ambienti milanesi, è l’incertezza a farla da padrona: data per scontata una batosta nel trimestre in corso, si rischiano di ritenere “mesi perduti” anche aprile e maggio, sia sotto il profilo del fatturato che dello sviluppo di business. Bloomberg stima per la sola Eurozona, presa nel suo complesso, un -3% del Pil nel primo trimestre seguito da un -2% nel secondo. Il gruppo Ref stima un -9% per l’Italia nel primo semestre.

Forse non è del tutto vero quanto dichiarato dall’analista Marco Seminerio, ovvero che “tutto quello che è stato sinora congetturato su questa crisi non vale la carta ed i pixel su cui è stato scritto. Tutto evolve a velocità scioccante”. Ma molte previsioni che cercano di dare una misura quantitativa precisa a uno scenario in continuo dissesto dopo la fine dell’incantesimo della liquidità infinita alle borse, il crollo dei mercati e il blocco dell’economia reale rischiano di essere presto sorpassate dalla realtà.

Oxford Economics prevede una recessione annua per l’Europa del 2,2%, gli Stati Uniti mirano a riassorbire il costo della crisi nell’anno a venire e Ethan Harris di BofA Global Research  immagina, come sottolinea Il Sole 24 Ore,  una recessione di portata globale: si “prevede una flessione dell’ 1,5-1,75% nel primo trimestre e un calo dell’ 1,8% nel secondo, con un 2020 che potrebbe chiudere con un pil in diminuzione dell’ 1,7 per cento”.

La concatenazione delle crisi industriali, economiche e finanziarie crea un effetto moltiplicatore su cui bisognerà pesare l’intervento delle autorità pubbliche. E dopo il “quantitative easing” globale delle banche centrali, durato quasi undici anni, gli Stati si preparano a varare imponenti piani di spesa anticiclica nella politica fiscale. Un “ritorno a Keynes” mondiale, un’abiura ai dogmi del rigore sui conti e del ritiro dello Stato dall’economia che si sono fatti sentire a lungo nell’Eurozona. La Cina, primo Paese colpito dal Covid-19, si è già incamminata su questo sentiero. Gli Stati Uniti hanno assistito alla presentazione del piano da 1.000 miliardi di dollari dell’amministrazione Trump. La Germania di Angela Merkel potrebbe arrivare a oltre 800 miliardi di euro, di cui oltre 150 in deficit con spesa diretta dello Stato. Il mondo si è capovolto ma la spada di Damocle dell’incertezza pesa: il sistema globalizzato non era abituato a uno shock pronto a colpire in maniera esponenziale come l’epidemia in corso. E deve correre ai ripari in corsa per non schiantarsi.

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