Gli occhi degli osservatori internazionali sono interessati a scrutare il grande impatto che il distacco dei Paesi africani dal sistema monetario Cfa causerà alla Francia. Dopo l’ultima conferenza tenutasi ad Abidjan tra Emmanuel Macron e i premier delle ex-colonie, si è discussa la graduale uscita dal programma per poter dare alla luce la prima valuta transnazionale africana, per permettere l’indipendenza della politica monetaria locale.

Questa notizia, apprezzata dagli oppositori del contemporaneo colonialismo francese, non ha tenuto conto come però di come il franco Cfa non sia l’unica arma monetaria attualmente in mano a Parigi. Oltre alla valuta africana, la Francia possiede un altro sistema monetario, dedicato alle ex-colonie del Pacifico, che le permette di battere moneta per la Polinesia francese, la Nuova Caledonia e Wallis e Futuna. Tale valuta, denominata franco polinesiano (Cfp), funziona specularmente alla controparte africana, con la differenza che, a seguito della cessione di moneta, la Francia non detiene riserve auree bensì credito pubblico. Esattamente come nel caso del franco Cfa, la sua introduzione risale al periodo immediatamente successivo agli accordi monetari internazionali di Bretton Woods.

I vantaggi nel battere franco Cfp

I vantaggi dati dalla possibilità di battere moneta per le ex-colonie polinesiane sono molteplici e non si limitano alla semplice facilità nell’attuare pressioni nei governi dei Paesi. In primo luogo, la cessione di moneta a debito nei confronti delle isole permette alla Francia di acquisire credito pubblico. Ciò sarebbe una magra consolazione, se non fosse che questo fatto permette a Parigi di abbattere il proprio debito pubblico, permettendo alla Francia di drogare il rapporto debito/Pil a piacimento. In linea puramente teorica, per abbassare il livello di indebitamento statale, sarebbe sufficiente battere moneta nelle colonie per cederla a titolo di credito, abbassando il valore del rapporto.

Qualora invece le colonie fossero intenzionate a restituire la valuta per ripagare il proprio indebitamento, la Francia avrebbe la possibilità (in quanto la Banca di Francia è posta come garante della trattazione internazionale) di svalutare il franco polinesiano, riconoscendo quindi un valore attualizzato minore e pesando meno sulle casse di Parigi. Nonostante questa possibilità non si sia mai realmente concretizzata, con l’eccezione di accorgimenti legati a reali esigenze del mercato, le possibilità che all’occorrenza la Francia ne faccia ricorso non è da escludere, col fine di garantire le finanze francesi.

Superare i limiti imposti da Bruxelles

Questo vantaggio che la Francia può vantare nei confronti degli altri Paesi aderenti all’Unione europea assume particolare importanza nel momento in cui si presenta la manovra finanziaria. Mentre Paesi come l’Italia e la Spagna possono contare quasi esclusivamente sulle entrate fiscali, Parigi ha una componente aggiuntiva che permette, all’occorrenza, di effettuare manovre più espansive mantenendo la soglia del 3% di indebitamento. Ennesima riprova questa che l’economia francese, nonostante siano cambiati i tempi, si fondi ancora sulla sua folta rete coloniale e con essa sia in grado di aggirare i vincoli economici e finanziari imposti da Bruxelles.