Il processo di riforma Meccanismo europeo di stabilità (Mes) non è stato perfezionato nella riunione odierna dell’Eurogruppo. “L’Italia”, che è alle prese con l’emergenza da Covid-19, “non ne vuole discutere”, ha spiegato in giornata all’Adnkronos una fonte diplomatica europea, segnalando come il governo Conte abbia recepito i desiderata del Movimento cinque stelle e dell’intera opposizione di centrodestra, compatti nel chiedere di rimandare, se non addirittura di bloccare, l’iter di riforma del “fondo salva-Stati”.

Particolarmente decisa la campagna politica-mediatica di Giorgia Meloni, che in un videomessaggio capace di ottenere oltre 7 milioni di visualizzazioni ha chiesto al governo italiano compattezza nel porre un freno alla riforma del Mes. Ottenendo, stando alle indiscrezioni accumulate in giornata, soddisfazione.

Già in precedenza l’agenda del meeting telematico tra i ministri dell’Economia dell’area euro era stata rivoluzionata, mettendo proprio le risposte all’emergenza davanti alle discussioni sul Mes, ridotte a “miscellanea” dopo il dibattito sul coronavirus. Il Mes, da indispensabile strumento di salvezza per economie precipitate in crisi debitorie o insolvenze da scenari di tensione come quello attuale, è stato retrocesso a accessorio, a strumento non essenziale. Il che dà un’idea della vacuità di molti dibattiti sulla sua natura di strumento risolutore.

La riforma del Mes, vincolante l’erogazione di aiuti economici da parte del fondo al rispetto dei parametri di bilancio e alla scelta dello Stato richiedente di accettare il commissariamento del suo debito pubblico e l’applicazione preventiva dei famosi “pacchetti” di misure di austerità già implementati dalla Troika, si dimostra un atto politico e simbolico prima ancora che realmente strumentale alla governance europea. Consolidando in un accordo tenuto esterno ai trattati la pervasività delle regole, esso avrebbe consolidato il mantra del rigore, dell’austerità, della disciplina di bilancio contro qualsiasi politica pro-crescita e pro-lavoro nell’Eurozona. Una riforma che un gruppo di illustri economisti in un manifesto ha definito, per l’Italia, “inutile: non ne abbiamo bisogno e comunque ricorrervi peggiorerebbe la nostra situazione”.

Il board del Mes (Alberto Bellotto)
Il board del Mes (Alberto Bellotto)

La riforma è invece utile per i falchi del rigore. Ovvero gli stessi Paesi, tra cui si segnala non solo la Germania ma anche una serie di “falchi tra i falchi” (Austria, Olanda, Lettonia, Danimarca), favorevoli all’annullamento di qualsiasi reale solidarietà economica, alla riduzione del bilancio dell’Unione, al ferreo controllo sull’applicazione dell’austerità ai conti pubblici. Una riforma retorica, necessaria a ribadire quale sia la corrente di pensiero dominante in Europa. Giocoforza da accantonare ora che risulterebbe suicida insistere con le regole a ogni costo. Dunque lo stop: non una vittoria italiana, la riforma è oramai consolidata, ma un arretramento tattico. Si cela la carta per calar la mano in tempi migliori.

Non è dunque tempo di cantar vittoria. L’attuale classe dirigente dell’Unione, l’attuale Commissione e molti dei suoi membri, primo fra tutti il falco lettone Valdis Dombrovskis, non hanno lo standing e il peso per poter apparire come la leadership che porterà l’Europa oltre i dogmi, oltre l’austerità, oltre il rigore. Anche se costretti a cedimenti tattici in risposta a una crisi che si prevede mordente, la retorica della disciplina tornerà. E con essa la proposta di approvare la riforma del Mes. Congelata, non superata, nella battaglia politica in corso. Bisognerà vigilare ancora a lungo. E l’Italia deve prendere coraggio politico per bloccare in futuro, una volta per tutte, una riforma dannosa.