La geopolitica della corsa allo spazio
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Due anni di recessione, poi la ripresa: le previsioni economiche del governo russo prevedono di contenere tra il 2022 e il 2023 gli effetti delle sanzioni economiche occidentali e i conseguenti shock su produzione, inflazione, sistema finanziario. Sul tema concordano il Ministero dello Sviluppo Economico e quello delle Finanze, tra i principali custodi del “forziere” del Paese. Mosca certifica che l’Europa e l’Occidente, pur non essendo per ora riusciti a strangolare l’economia della Russia impedendole di finanziare la guerra in Ucraina, hanno comunque, con le sanzioni, creato un problema a Vladimir Putin e al suo governo. E che è falsa la narrativa secondo cui dalle sanzioni Mosca arriverebbe, addirittura, a guadagnare per l’effetto moltiplicatore sui prezzi di gas e petrolio. Le sanzioni, ad ora, fanno male a tutti, arrivando a portare Mosca in una recessione decisamente preoccupante.

Concentrarsi su gas e petrolio è riduttivo: a far danni al Paese è il blocco del commercio delle imprese, lo stop agli investimenti in conto capitale, il freno al mercato interno, l’inflazione che danneggia il brillante recupero del rublo dovuto ai giochi di prestigio della Banca centrale e alla presenza costante dell’ormeggio cinese. Come sottolinea Il Foglio, “il ministero dello Sviluppo economico russo ha pubblicato le previsioni macroeconomiche per il periodo 2022-25 in cui stima due anni di recessione, seguiti dalla ripresa. Quest’ anno il crollo del Pil sarà del -7,8 per cento”  mentre la caduta dei redditi reali “potrebbe raggiungere il 6,8 per cento ed estendersi all’anno prossimo, con un calo strutturale del reddito e della domanda dei consumatori”. Ma la Banca centrale russa ha fatto nelle scorse settimane profezie ancora più fosche: la governatrice Elvira Nabiullina parlando sulla situazione dei mercati finanziari ha dichiarato che Mosca si trova in una situazione di stagflazione, con un rincaro del carovita del 18-23% stimato per il 2022 e un crollo del Pil atteso del 10% nell’anno in corso. Nabiullina, al contrario dei ministeri, ha parlato anche di un 2023 e 2024 difficili, rendendo complessa l’ipotesi di un ritorno alla crescita entro il 2025.

Le previsioni del governo concordano sull’inflazione e parlano di una disoccupazione in crescita fino a quasi il 7%. Ma l’ipotesi di una pronta ripresa dopo un biennio di blackout non regge al confronto delle ipotesi che l’economia russa si trova a dover affrontare per i prossimi anni. Il quadro appare ancora più fosco di quello del 1998 e del 2009. Nel primo caso, il governo di Boris Eltsin vide il default nazionale arrivare sulla scia di una scriteriata gestione dei conti e degli asset pubblici. Ma il Paese ai tempi aveva un Pil inferiore a quello della Lombardia e il defautl arrivò come botta finale di un decennio di declino, distruzione delle prospettive sociali, Far West industriale, depressione del tessuto connettivo della società. E segnò il fondo da cui Mosca potè risalire. Nel 2009 Mosca vide lo stop a un decennio di crescita ma nel quadro simmetrico di una recessione globale.

Oggi il quadro è a tinte ben più fosche: distruzione di valore, decoupling graduale dell’Occidente, perdita di prospettive produttive, tecnologiche, commerciali, prospettiva di esclusione della Russia da molti trend della globalizzazione e addirittura dalla World Trade Organization lasciano presagire anni duri. E se la diversificazione energetica europea prendesse, nel corso degli anni, veramente piedi per la Russia sarebbero dolori. Il direttore della Corte dei conti in Russia, l’economista Aleksei Kudrin, nella riunione del presidium del Consiglio dei legislatori a San Pietroburgo tenutosi il 27 aprile scorso, ha dichiarato: “Ci sarà una crisi più importante di quella del 2009”. Ai tempi Kudrin era ministro delle Finanze, e si confrontava con Nabiullina per salvare il Paese. Oggi le due voci più autorevoli della tecnocrazia russa si trovano nella delicatissima situazione di dover mettere in campo soluzioni per alimentare un’economia di guerra, e dunque focalizzarsi sul tema della difesa del valore del rublo e dei proventi energetici, mentre attorno il già fragile sistema sociale corre il rischio di andare a pezzi.

Non dimentichiamo che dal 2014 in avanti Mosca ha pagato la resistenza alle sanzioni con una sostanziale deflazione interna, col taglio al welfare e con un’austerità fiscale rigorosa volta a tesaurizzare le entrate petrolifere e gasiere. Soluzione senza alternativa per resistere (brillantemente, invero) in una fase di normalità in cui i flussi energetici, del grano e del commercio degli altri asset (armi, tecnologia nucleare, materie prime) grantivano al Cremlino un margine di garanzia. Ma problematica strutturale in un contesto di economia di guerra in cui alla Russia inizia a mancare di tutto. E in molti settori, dalla meccanica all’elettronica, il rischio di un declassamento a potenza di seconda fascia sarebbe compensabile solo con un’ulteriore trasformazione in satellite della Cina. Contraccolpo notevole di una guerra di espansione che, nel frattempo, costa quasi un miliardo di dollari ogni tre giorni di combattimenti. La realtà dei fatti è che per la Russia, in questa situazione, i prossimi saranno anni sull’ottovolante: e dire in partenza che una soluzione è ritrovabile nel giro di un biennio è, ad oggi, una semplice scommessa non suffragata da realistiche basi strutturali. La strada per il de-sviluppo rischia di aprirsi per l’Europa con la guerra russo-ucraina. Ma anche per Mosca, in questa fase, il copione è probabilmente destinato ad esser lo stesso.

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