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Mario Draghi è stato educato dai Gesuiti, e ne ha appreso il metodo di gestione dell’autorità e del potere. Prima creare le condizioni perché una scelta maturi, poi esercitarla e solo allora comunicarla. Sobrietà, pochi annunci, molta linearità: un metodo che nei primi mesi da presidente del Consiglio lo accomuna, in questo caso, a Papa Francesco e al suo modus operandi nella gesitone della Chiesa cattolica. Come Bergoglio, primo gesuita eletto successore di Pietro, Draghi ha attivato all’interno dei palazzi del potere romano un preciso metodo di governance e un partito personale che, in questi mesi che hanno ridisegnato le mappe del potere in Italia, si è ulteriormente rafforzato.

Dalla scelta dei ministri alla sostituzione di Domenico Arcuri con il generale Francesco Paolo Figliuolo che ha accelerato la campagna vaccinale in Italia, per arrivare alle nomine strategiche di Franco Gabrielli e Elisabetta Belloni nel campo dei servizi Draghi ha ascoltato pareri, ha accolto suggerimenti e opinioni e ha considerato pesi e contrappesi confrontandosi con un inner circle di sicura fiducia. Ma ha in ultima istanza deciso in autonomia per le posizioni-chiave. E così sarà anche per la prossima, decisiva partita a cui il governo va incontro: quella delle nomine per le partecipate pubbliche.

74 consigli d’amministrazione e 41 collegi sindacali in 90 società partecipate direttamente o indirettamente dal Tesoro vanno in scadenza e ci sono in ballo 518 caselle da riempire: 342 consiglieri e 176 sindaci. Spicca la partita per la scelta degli ad e dei presidenti di società come Ferrovie dello Stato, Cassa Depositi e Prestiti e Rai.

Tradizionalmente, la partita si apre con il posizionamento dei partiti e delle loro strutture parlamentari o più o meno formali e delle cordate interne per partecipare alla spartizione di posizioni apicali, poltrone, indirettamente, rapporti di fiducia. Questa volta Palazzo Chigi ha scelto di accentrare con forza sul governo e le sue strutture il processo decisionale. Il metodo Draghi, in tal senso, è funzionale a un’ampia serie di obiettivi.

Primo punto: rafforzare la competitività sul mercato di aziende ritenute strategiche a livello collettivo. Fs dovrà ad esempio gestire 28 miliardi di euro del Recovery Plan, mentre Cassa Depositi e Prestiti con Patrimonio Destinato metterà a disposizione nei prossimi anni un tesoretto enorme per le società italiane attive nei settori strategici. La squadra di Draghi è già al lavoro e la cordata di figure chiamate a ricoprire un ruolo nella consulenza per i ruoli apicali risponde a un preciso identikit: persone di assoluta fiducia del premier, cresciute alla sua “scuola” o appartenenti alla sua generazione, capaci di conoscere gli umori del mercato.

Daniele Franco, titolare del ministero dell’Economia e delle Finanze, e il segretario generale Alessandro Rivera, sono chiaramente chiamati in causa per la centralità del Tesoro come azionista di riferimento di molti gruppi. Francesco Giavazzi, primo consigliere economico di Draghi, lo affianca a Palazzo Chigi nel vaglio di dossier e candidature. A queste figure, ci segnalano fonti qualificate romane, vanno aggiunte due vecchie conoscenze del mondo delle partecipate pubbliche: Franco Bernabé e Paolo Scaroni. Parliamo di figure svincolate dal mondo dei partiti, con una grande esperienza internazionale, non direttamente riferibili al sottobosco del potere romano e con un chiaro collegamento con le strutture euro-atlantiche, in continuità con i cardini di riferimento dell’attuale esecutivo e con il canovaccio delle nomine sinora compiuto da Draghi. Concretizzatosi in un repulisti di figure legate alla vecchia era di Giuseppe Conte.

Dario Scannapieco, tra i più promettenti “Draghi-Boys” emersi negli Anni Novanta quando il premier dirigeva il ministero del Tesoro e oggi vicepresidente della Banca Europea degli Investimenti, sarebbe favorito per succedere a Fabrizio Palermo alla guida di Cdp; per Fs, invece, le nostre fonti danno in costante ascesa il nome di Fabrizio Favara, ex vicepresidente delegato alle strategie oggi alla guida del gruppo di alta velocità Ilsa partecipato da Fs in Spagna, in luogo dell’attuale ad Gianfranco Battisti. Si tratta di figure che ben corrispondono all’identikit profondamente delineato e caro a Draghi e ai suoi consiglieri, che per le sfide del futuro chiederanno ai manager di Stato elevata competenza, la capacità di pensare in termini strategici e di acquisire una mentalità e una capacità d’azione di respiro internazionale. Per la Rai, invece, secondo Italia Oggi, diverse opzioni potrebbero portare a una scelta al femminile: come amministratore delegato sono quotate “Elisabetta Ripa, di OpenFiber o Laura Cioli, già in Rcs. Per la presidenza si fanno i nomi di Francesca Bria, presidente di Cdp Venture Capital e di Mauro Masi, ex dg di viale Mazzini ora banchiere”.

In questa ottica difficilmente i partiti toccheranno palla nel processo di nomina di figure apicali in Cdp e Fs. Draghi ha “commissariato” i partiti con metodi squisitamente politici e orientati all’edificazione di una classe dirigente. La lezione dei gesuiti e la sobrietà dei primi mesi di Draghi a Palazzo Chigi hanno segnato una cesura non solo formale con il predecessore Giuseppe Conte: chi sa manovrare le leve del potere non deve necessariamente metterle in mostra, ma deve saper toccare i tasti giusti. Certo, ricordano le nostre fonti romane, questo non rende meno critica l’importanza di una corretta capacità comunicativa da parte di Palazzo Chigi, rivelatosi il vero tallone d’Achille in diverse circostanze all’inizio dell’attuale governo. Ma sulle nomine il metodo Draghi è oramai consolidato e in via di definizione: basso profilo, elevata efficacia. Sperando di portare gli uomini giusti al punto giusto e di dare spazio alla competenza e alla professionalità nel governo di asset che rappresentano patrimonio comune e perni strategici del nostro sistema economico.