Il discorso di Mario Draghi a Bruxelles del 16 aprile ha fatto molto rumore per le prese di posizione forti sul tema della competitività europea, su cui l’ex premier e presidente della Banca centrale europea sta concludendo un rapporto commissionatogli da Ursula von der Leyen. Ma leggendo il discorso nella sua interezza è proprio la stessa von der Leyen che sembra essere presa d’infilata nelle dichiarazioni di Draghi. Il quale parla di ambizioni sistemiche per un’Europa più forte, più dinamica, più competitiva. Con un sottotesto: quelle ambizioni non sono state finora soddisfatte.
Ed è proprio l’agenda della von der Leyen che riceve più di una implicita stoccata. Su almeno tre punti. In primo luogo, l’agenda della transizione energetica. “Abbiamo giustamente un’agenda climatica ambiziosa in Europa e obiettivi ambiziosi per i veicoli elettrici”, ha detto Draghi, aggiungendo che “in un mondo in cui i nostri rivali controllano molte delle risorse di cui abbiamo bisogno, tale agenda deve essere combinata con un piano per proteggere la nostra catena di approvvigionamento, dai minerali critici alle batterie fino alle infrastrutture di ricarica”. In sostanza: il Green Deal è stato costruito, su molti punti, mettendo il tetto prima delle fondamenta. Il tutto, chiaramente, con eccezioni come il Critical Raw Materials Act. Ma il principio generale è di netta critica. Anche se, aggiungiamo, ci sarebbe da aggiungere che buona parte dell’agenda green è stata sottoscritta anche dallo stesso Draghi nei suoi venti mesi di governo tra febbraio 2021 e ottobre 2022.
Draghi a tutto campo: Usa e Cina “non rispettano più le regole”
A tal proposito, secondo punto, Draghi aggiunge un affondo sulla competitività dell’Europa con Cina e Stati Uniti. L’Europa, ragiona, vive ancora pensando al mondo “pre-Ucraina e pre-Covid”, nota il grand commis più noto del panorama italiano. Colossi come Usa e Cina, ricorda Draghi, “non rispettano più le regole e stanno elaborando attivamente politiche volte a migliorare la propria posizione competitiva. Nella migliore delle ipotesi, queste politiche sono progettate per reindirizzare gli investimenti verso le loro economie a scapito delle nostre; e peggio ancora, lo sono progettati per renderci permanentemente dipendenti da loro“.
Draghi, che da premier ha sostenuto la svolta europea verso il gas naturale liquefatto Usa come alternativa al gas russo, mossa che si sta mostrando pienamente problematica come alternativa sostenibile a una condizione di dipendenza che andava in ogni caso emendata, e che non ha mancato di aprire a scenari come la svolta verso il full electric nell’automobile per il 2035, ritenuto da molti critici fattore di vincolo dell’economia europea alla Cina, ora suona la carica in direzione opposta all’agenda di ieri e sprona l’Ue: “Non abbiamo mai avuto un Patto Industriale europeo”, ragiona, paragonabile all’Inflation Reduction Act americano o alle manovre industriali cinesi.
Difesa e Tlc, servono economie di scala
Il terzo campo su cui Draghi si muove attivamente nel sottolineare le criticità europee è quello delle economie di scala nei settori più strategici. A partire da difesa e telecomunicazioni. “I nostri principali concorrenti ne stanno approfittando del fatto che sono le economie di dimensioni continentali a generare scala, ad aumentare
investimenti e acquisire quote di mercato per i settori in cui conta di più. Abbiamo lo stesso vantaggio in termini di dimensioni naturali in Europa, ma la frammentazione ci frena”, ha detto Draghi. Aggiungendo che “nel settore della difesa, ad esempio, la mancanza di scala sta ostacolando lo sviluppo”. Inoltre, “n altro esempio in cui non stiamo sfruttando la scala è quello delle telecomunicazioni. Noi abbiamo un mercato di 445 milioni di consumatori nell’UE, ma gli investimenti pro capite sono solo la metà di quelli dell’UE negli Stati Uniti e siamo in ritardo nella diffusione del 5G e della fibra. Uno dei motivi di questo divario è che in Europa abbiamo 34 gruppi di rete mobile”. Draghi fa riferimento alla visione industriale di colui che è indubbiamente il più illuminato membro della Commissione von der Leyen, Thierry Breton. Il commissario europeo all’Industria, francese, ha una visione industriale antitetica a quella spesso sposata da von der Leyen, fondata sull’uso dell’Antitrust guidato dalla danese Margrethe Vestager per contenere la nascita di colossi capaci di dominare l’economia di mercato in singoli settori.
Draghi con vista Consiglio Europeo?
Insomma, un’agenda Draghi sistemica comincia a emergere in forma chiara e netta come ricerca di un “nocciolo duro” di integrazione Europea su cui consolidare settori produttivi, economie di scala, ambizioni. Risuona l’idea della mobilitazione delle risorse a uno stato, sostanziale, di “economia di guerra” con la ricerca dell’allineamento del massimo numero di risorse nei settori strategici. E un certo superamento di agende che lo stesso Draghi, da premier, aveva assecondato. Si sta preparando, politicamente, la corsa di Draghi al ritorno ai vertici delle istituzioni comunitarie? Il fu premier e banchiere centrale, 77 anni a settembre, potrebbe essere pronto per un ultimo, prestigioso giro di giostra. E così come il famoso editoriale del marzo 2020 sul Financial Times e il discorso al Meeting di Rimini di Comunione e Liberazione dell’agosto successivo (“debito buono contro debito cattivo”) furono la candidatura di Draghi a succedere a Palazzo Chigi a Giuseppe Conte in piena pandemia, l’intervento al congresso di La Hulpe sull’Europa sociale sembra l’inizio di una nuova candidatura, ai vertici delle istituzioni Ue. Come prossimo presidente della Commissione o, fatto più probabile, come leader del Consiglio Europeo, ove a proporlo potrebbe essere quell’Emmanuel Macron con cui Draghi è sempre stato in sintonia e che maltollera la scarsa ambizione di von der Leyen sull’Europa.
Draghi critica un’Europa che sulla competitività ha sbagliato approccio e in un certo senso non si può non dargli ragione. Ma al contempo si può pensare al fatto che l’Europa di ieri di cui parla, in un certo senso, a torto o a ragione “Super Mario” ha contribuito a edificarla. La pars construens dell’agenda Draghi sulla competitività sarà sicuramente ancora più interessante e degna d’attenzione di una serie di critiche a von der Leyen e alla sua agenda che nella politica iniziavano a sommarsi. E una volta completato, il rapporto di Draghi sulla competitività permetterà di capire se le ambizioni di ascesa del banchiere e politico romano alle massime cariche europee avranno prospettiva di un seguito conquistando a loro i leader europei.

