Nelle ultime giornate Mario Draghi ha alzato la posta nei tavoli europei per far sentire la voce italiana nella negoziazione sul futuro dell’Europa a poche settimane dalla conclusione del processo di discussione sui piani nazionali riguardanti il Recovery Fund. Mentre si discute dei futuri assetti dell’Europa e Roma tenta di incunearsi politicamente ai vertici dell’Unione facendo sentire la propria opinione in sponda con la Francia su diverse questioni industriali e strategiche (come la produzione di vaccini) e senza dimentcare anche una Germania in cui Angela Merkel appare in piena crisi, il premier alza la posta. E lo fa proprio nell’ottica di trasformare l’asse franco-tedesco in un “triangolo” strategico in cui Roma possa essere attore protagonista.

La logica della mossa è chiara: alla Cancelliera restano pochi mesi di governo e per Berlino si aprirà una fase di transizione politica incerta in vista delle elezioni autunnali e dopo mesi duri di confronto col Covid-19; la lunghezza della fase di incertezza economica legata alla pandemia promette di rendere strutturali molte risposte comuni proposte contro la crisi portate avanti dall’Ue; la stessa Unione necessita di nuovi stimoli dopo la debacle sui vaccini di queste settimane e non può accontentarsi del Recovery Fund; da diversi mesi, inoltre, le posizioni della Cancelliera e dei suoi tradizionali sodali, i falchi rigoristi del Nord, non sono più autenticamente combacianti e questo offre finestre di opportunità per mettere questi ultimi all’angolo.

Proprio in quest’ottica negli ultimi giorni il governo Draghi si è mosso in Europa con delle azioni che, implicitamente, sono una vera e propria “sfida” alla Germania affinché esca da una sostanziale ambiguità sul futuro del Vecchio Continente e possa certificare la rottamazione del doloroso principio dell’austerity che per anni ha frenato la ripresa del Vecchio Continente.

Come prima mossa Draghi ha chiesto, al recente Consiglio Europeo, la creazione di un titolo europeo, a prova di pandemia e primo passo verso un debito pubblico comunitario in forma strutturale, capace di rendere permanente l’esperienza del Recovery Fund. Un vero e proprio Eurobond, proposto dopo un anno di politiche espansive guidate dall’azione della Bce che ha di fatto sterilizzato le divergenze tra tassi di interesse nel Vecchio Continente e “redento” una quota consistente delle emissioni sovrane di svariati Paesi. Una “bomba” gettata proprio nella fase in cui, politicamente, Berlino appare più al limite e in cui la sua potenziale capacità di dettare l’agenda nel Vecchio Continente in maniera pressoché solitaria, manifestatasi con clamore nella primavera 2020, appare appannata. Non un attacco alla Germania in forma diretta, quello di Draghi, ma una “mossa del cavallo” volta a chiamare allo scoperto l’amica-rivale Merkel sulle rotte future dell’Europa. Già più volte sconfessata in sede Bce, dove si vota a maggioranza, sui piani di stimolo monetario Berlino, che sul fronte interno ha sdoganato il più corposo dei bazooka economici europei, ha concretamente rottamato l’austerità ma non recede dal pensiero di poter, in futuro, tornare all’ordinaria amministrazione degli affari europei.

Nella consapevolezza che difficilmente Berlino potrà avallare questa manovra, il compromesso potrebbe trovarsi sul via libera tedesco allo stimolo Bce, visto come fumo negli occhi da rigoristi di prima linea come l’Olanda, ma della cui assicurazione Roma ha assolutamente bisogno. Il professor Carlo Pelanda ha infatti notato su Il Sussidiario che in questa fase “l’Italia sta limitando l’indebitamento d’emergenza perché non può confidare su un sostegno europeo prolungato. E deve farlo perché l’inflazione tende al rialzo – esportata dalla politica fiscale superespansiva dell’America e dal rialzo tendenziale del prezzo del petrolio – facendo prevedere un aumento del costo del debito” in attesa che anche in ambito Ue arrivi l’ora di decisioni più energiche e certe. 

Scelte di questo tipo riguarderebbero, nella visione italiana, anche il Recovery Fund. Nell’ambito della nuova sinergia costruita con la Francia, Draghi e Emmanuel Macron mirano a condizionare sul campo le dimensioni del pacchetto Next Generation Eu spingendole al rialzo, non ritenendole più adeguate all’entità dei danni della crisi pandemica.

“Nell’ultimo Consiglio Europeo, al quale ha partecipato in remoto il presidente americano, Emmanuel Macron ha richiamato l’attenzione sull’entità del piano per la ripresa dell’economia presentato da Joe Biden, di 1,9 trilioni di dollari”, nota Formiche,facendo capire che bisognerà adeguare quello europeo, ancora, peraltro non avviato concretamente”. Il “safe asset” proposto da Draghi servirebbe, in quest’ottica, all’Ue come volano per finanziare un ampliamento delle risorse comuni destinate al debito mutualizzato e ai progetti di medio-lungo periodo di ripresa dell’Europa. In quest’ottica si riprende l’idea di Macron dell’aprile 2020, che prevedeva la creazione di un Fondo speciale finanziato dai governi capace poi di entrare sui mercati tramite i “Coronabond” moltiplicando la sua potenza di fuoco e si darebbe di fatto alla Bce, regina dei mercati comunitari con i suoi pacchetti monetari, un ruolo di “prestatore di ultima istanza” capace di sanare con i suoi fondi qualsiasi rischio sistemico legato all’insolvenza di un Paese fiaccato dall’emergenza economica. Proposta, quest’ultima, cara al premier spagnolo Pedro Sanchez.

Francia e Italia puntano quindi a rottamare l’austerità. Se l’asse si espanderà a triangolo l’Italia, junior partner tra le maggiori potenze europee, non potrà non scegliere di giocare di sponda con Parigi o Berlino per condurre le battaglie politiche che preferirà portare avanti. Draghi, attento conoscitore dei tavoli europei, sa che il momento è propizio per alzare la posta. Negli ultimi mesi dell’era Merkel si può spingere per convincere la Germania a dare una batosta definitiva all’austerità e alle sue logiche rigoriste: Draghi, in asse con Macron, dovrà premere sull’acceleratore su queste proposte strategiche per costringere Berlino a scegliere.

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