Anche quando non c’è necessità di farlo, Germania e Francia non resistono a travestire in foggia “europeista” politiche economiche funzionali alla tutela del loro cortile di casa, se non addirittura frutto di una visione patriottica dell’economia.

Il coronavirus ha causato una crisi che rischia di travolgere interi settori e comparti produttivi e i Paesi sono intervenuti con decine di miliardi di euro per mantenerli a galla ed evitare di vederli sprofondare.

Berlino ha sostenuto Lufthansa e, soprattutto, Deutsche Bahn, i suoi colossi dei trasporti: la batosta accumulata nei mesi di lockdown ha fatto sì che per Db le perdite accumulate entro il 2024 potrebbero toccare 11-13, miliardi di euro, a causa degli effetti sistemici sul mercato dei trasporti e le loro ricadute a lungo termine.

Parigi ha affiancato alla difesa strategica del suo aerospazio un intervento da oltre 7 miliardi di euro finalizzato a mantenere in volo Air France. In entrambi i casi la ratio dell’intervento è strategica e (cosa sacrosanta) risponde a interessi nazionali di vitale importanza per Germania e Francia, ma la giustificazione posta in essere di fronte alla Commissione, che ha reso più lasche le regole sugli aiuti di Stato, è “europeista”.

La giustificazione di entrambi gli interventi è stata legata alla necessità di creare le condizioni economiche ideali per permettere in futuro una transizione nella mobilità ordinata nel quadro del Green New Deal. La Francia e la Germania mirano a disinnescare la mina del Smet,  la Single Market Enforcement Task Force, che impegna Commissione e Stati membri a vigilare quando una normativa nazionale mette a repentaglio la simmetria del mercato unico. Si prescrive, nota Il Sole 24 Ore, una sostanziale “applicazione ortodossa delle regole, salvo si rinvenga un prevalente interesse europeo, tipo Green Deal o svolta digitale. Francia e Germania hanno l’hanno prontamente scoperto nelle loro decisioni: il salvataggio di Air France da 7 miliardi risponde anche a imperativi ambientali. Come gli aiuti a Deutsche Bahn per 8 miliardi. O l’intesa franco-tedesca sulle batterie per auto elettriche”, si potrebbe aggiungere: l’afflato europeista è una captatio benevolentiae per favorire in sede comunitaria quelle fusioni industriali finalizzate alla creazione di campioni franco-tedeschi presentati come “europei” e a lungo messe in dubbio dallo zelo da censore del Commissario alla Concorrenza, la liberale danese Margrethe Vestager.

Del resto, le due imprese in questione sono già dal punto di vista odierno campioni di portata europea. Db fattura oltre 40 miliardi di euro e controlla società di trasporto ferroviario e su gomma attive in tutta Europa, molte delle quali partecipate attraverso la sussidiaria Arriva, estremamente attiva in Italia; Air France, invece, è alleata della olandese Klm e ha un’ampia serie di sussidiarie regionali e di compagnie controllate di taglia minore.

Si comprende dunque che con la bandiera dell’europeismo Francia e Germania conducono una strategia politica che mira a aumentare le sinergie interne e a sdoganare pratiche come gli aiuti di Stato limitatamente a quei Paesi che riescono a presentare come comunitari gli interessi da loro portati avanti. In futuro, la conseguenza più cristallina potrebbe essere una transizione di questa pratica al tema delle alleanze industriali transnazionali. Dato che il potere regolatorio è forse l’unico su cui la Commissione europea riesce a costruire margini di manovra per un’influenza globale, l’obiettivo diviene aggirarlo e sfruttarlo consapevolmente laddove funzionale: Il Sole si chiede ironicamente: “Solo l’accordo Fincantieri-Stx non sa trovare un salvagente europeo?”, commentando amaramente il fatto che Parigi, laddove vede una possibile erosione delle sue prospettive, lascia fare alle regole il loro corso.

Parliamo di una lezione strategica fondamentale per l’Italia: nell’Europa iper-competitiva di oggi, potersi permettere atteggiamenti ipocriti è un lusso ma anche un’attestazione dei rapporti di forza. La Germania ha insegnato, negli ultimi anni, che le regole valgono a giorni alterni, avendo violato continuamente quelle sul surplus di bilancio mentre era censore feroce di quelle sul rapporto debito/Pil; ora, assieme alla Francia, mira a depotenziare nei suoi confronti quelle sulla concorrenza dopo che la crisi ha aperto una finestra di riflessione sul ruolo dell’Europa nella contesa globale economica dominata da Usa e Cina. Roma ha già subito su temi come i margini di bilancio, il bail-in e le banche l’accanimento severo delle regole più stringenti e ottuse, e in futuro rischia di restare perdente anche nella partita industriale se non saprà rispondere a manovre che penalizzano, puntualmente, le strategie industriali nazionali. Anche in piena pandemia Roma ha visto la Commissione von der Leyen accendere i riflettori sui 3 miliardi finalizzati a tenere a galla Alitalia: un avvertimento di ciò che potrebbe succedere in futuro, con Roma esclusa dalle grande alleanze industriali che faranno il futuro dell’Europa.

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