Dopo l’acciaio ecco l’alluminio: Trump alla guerra dei dazi per rilanciare l’industria Usa

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Stop a tutte le preferenze nazionali e alle esenzioni, affondo totale sulle importazioni da Paesi terzi, richiamo alla sicurezza nazionale come giustificazione per le nuove tariffe: domani partono i corposi dazi su acciaio e alluminio decisi un mese fa dal presidente statunitense Donald Trump al fine di difendere l’industria interna americana, pressare alleati e rivali sul fronte del deficit commerciale accumulato dagli Usa e invitare le imprese del resto del mondo a preferire l’investimento nel continente americano rispetto al rischio di affrontare l’assalto tariffario a stelle e strisce.

La sicurezza nazionale, l’acciaio e l’alluminio

La Sezione 232 del Trade Expansion Act, usata da Trump per giustificare i dazi, è stata invocata in nome della sicurezza nazionale. Sul fronte dell’acciaio, abbiamo raccontato del dossier Nippon Steel-Us Steel, del tracollo della produzione siderurgica americana e della necessità che gli Stati Uniti sentono di difendere la disponibilità dell’importante materiale per aziende quali quella della Difesa. Su quello dell’alluminio, strategico in diversi settori critici, la pressoché totale dominanza cinese nel mercato ha mandato in allarme Trump e il suo segretario al Commercio, Howard Lutnick. La Cina produce oggi il 60% dell’alluminio globale, 43 milioni di tonnellate su 72 realizzate nel 2024 e la sua produzione supera di 64 volte quella americana, che non andava oltre le 670mila tonnellate e si è ridotta a un quinto del valore di trent’anni fa, quando con circa 3,5 milioni di tonnellate Washington riusciva a doppiare Pechino.

L’ultima scossa al rialzo per la produzione americana di alluminio si è avuta sulla scia dei primi dazi di Trump, nel 2018, portati al 10% su tutte le importazioni e che ha spinto sopra il milione di tonnellate annue, con un aumento del 33%, l’output statunitense, prima che l’aumento dei prezzi dell’energia portasse a un nuovo calo. Il Financial Times cita l’esempio dell’acciaieria della Mag7 a New Madrid, Missouri, tornata in funzione dopo un lungo stop proprio con i dazi di Trump e chiusa nuovamente nel 2024.

Il nodo energia

“Per l’industria dell’alluminio, tutto si riduce all’elettricità”, ha affermato al Ft Annie Sartor di Industrious Labs, organizzazione che studia le politiche di decarbonizzazione dell’industria ad alto impatto, aggiungendo che per l’industria la vera domanda sarà se “i dazi saranno lo strumento che affronterà la sfida fondamentale dell’industria primaria dell’alluminio, ovvero l’accesso all’elettricità a prezzi sostenibili”.

Un quesito a cui la risposta non è scontata. Da inizio anno, intanto, il prezzo dell’alluminio è aumentato del 20% e Paesi come il Canada, colpiti dai dazi Usa, intendono reagire alle tariffe americani in campi come l’energia, con il premier dell’Ontario Doug Ford che ha minacciato addirittura il taglio dell’elettricità al vicino. Come ha scritto Gianmaria Vianova su queste colonne, Trump sembra preferire la correzione delle distorsioni commerciali a ogni calcolo sui possibili rischi recessivi delle sue manovre. Quanto questo possa prefigurare una primavera industriale per gli States o un boom della produzione interna delle materie prime, però, è tutto da dimostrare.