Dopo la contestata approvazione del gasdotto Tap, il Movimento 5 Stelle dà l’impressione di non potersi permettere un altro gasdotto che provochi ulteriori distacco fra il partito e il suo elettorato, specialmente al Sud. Il Meridione rappresenta un bacino elettorale di fondamentale importanza per il partito di governo. Ma dopo l’approvazione del gasdotto che arriva a Melendugno, qualcosa è cambiato. E per questo i pentastellati hanno deciso di intraprendere due strade: il blocco delle cosiddette trivelle e l’opposizione alla Tav.

Ma adesso sembra essere arrivata un’altra mossa: il blocco del progetto EastMed. Almeno fino alle elezioni europee. E anche in questo caso, il governo giallo-verde sembra essere diviso nelle due anime che lo compongono: Movimento 5 Stelle e Lega. Il Carroccio, con Matteo Salvini durante la sua visita in Israele, ha già affermato di voler proseguire nel progetto che collegherà il gas del Mediterraneo orientale con l’Italia.

Il ministro dell’Interno, durante il tour nello Stato ebraico, ha detto: “Credo in questo progetto e invito le aziende italiane a partecipare. Non c’è alcun impatto di tipo ambientale.Avere maggiori forniture di gas aiuta a ridurre il costo della bolletta per gli italiani”.

Ma quest’idea comincia a non piacere a molti segmenti pentastellati, consapevoli del fatto che l’approvazione di una seconda pipeline rischierebbe di minare nel profondo la fiducia dell’elettorato. Soprattutto se fatto a Otranto, a pochi chilometri dal punto di approdo del Tap.

Tanto che, come scrive La Stampa, da parte del Carroccio dichiarano; “Noi siamo assolutamente favorevoli. A quanto ne sappiamo, non ci sono ostacoli al progetto”. Mentre da parte del Movimento, le cose sono diverse: “Non firmeremo l’accordo intergovernativo a fine marzo con Cipro, Grecia e Israele. La decisione è in capo a Di Maio. Non è conveniente, per noi, lanciarci in un’altra avventura del gas come EastMed”.

Ma questa decisione rischia di colpire e non poco non solo gli interessi europei, ma anche italiani, andando in particolare a interessare i rapporti fra Roma e Washington, che sul gas israeliano ha puntano forte per confermare quella diversificazione delle rotte dell’oro blu in Europa. Che per gli Stati Uniti è essenziale al fine di sganciare l’Europa dalla dipendenza con la Russia.

Il progetto, dal valore di circa sei miliardi di euro, vede coinvolti Israele, Cipro, Grecia e Italia, e con i finanziamenti dell’Unione europea. Bruxelles non vuole blocchi, ma da parte di Palazzo Chigi sembra esserci molta incertezza, soprattutto in vista delle elezioni europee, in cui i pentastellati si giocano moltissimo.

E così iniziano a filtrare le prime perplessità da parte dei partner europei. “Il governo italiano non ci ha fornito motivazioni concrete” ha detto a La Stampa un diplomatico che lavora per uno degli Stati coinvolti. “La nostra impressione è che ci siano ragioni elettorali dietro questo stop e non un ripensamento sul merito. Ma non sappiamo ancora se dopo le elezioni qualcosa si sbloccherà”.

E proprio queste incertezze da parte dell’Italia stanno facendo sì che Atene e Nicosia stiano pensando con Israele a un accordo a tre definitivo e poi far entrare il nostro Paese (forse) in corsa. Ma dal momento che i lavori non potrebbero partire facilmente senza Roma, il progetto rischia di subire un pericoloso stop. E questo blocco rischia di crearci non pochi problemi sia a livello economico che a livello strategico.

Dagli Stati Uniti è già arrivato un segnale molto netto sul fatto che Palazzo Chigi non possa fermare questo progetto. Già sulle trivelle, il “no” del Movimento Cinque Stelle ha reso possibili i ricorsi da parte dei giganti del gas contro l’Italia. Ora, l’idea che sia bloccato addirittura un gasdotto strategico è un problema molto più serio. Anche perché gli Stati Uniti vogliono trasformare l’Italia in un hub energetico per l’Europa mediterranea. E questo ci aiuterebbe sia come assist all’amministrazione Trump sia come volano per lo sviluppo.

Per Roma il problema è molto serio. Perché se l’Italia decide di fermare il progetto, qualcuno è già proto a prendere il nostro posto. Si parla già di Paesi balcanici per far arrivare il gas del Levante in Europa, e così l’Italia perderebbe un progetto essenziale per sfidare anche la Germania come Paese hub del gas del Vecchio continente.

E proprio per questo motivo, al ministero dello Sviluppo economico Di Maio, che sa che East-ed non è solo un problema elettorale, stanno iniziando a pensare a qualcosa di diverso. Si parla ad esempio di sfruttare proprio il famigerato Tap per raddoppiarlo e farci passare il gas israeliano, in modo da non costruire un altro punto di approdo in Puglia. Ma anche la Russia vuole sfruttare il gasdotto pugliese per portare il suo gas in Italia. E quindi il Tap potrebbe non essere utilizzabile.

Dacci ancora un minuto del tuo tempo!

Se l’articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l’avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se non ci fosse InsideOver, quante guerre dimenticate dai media rimarrebbero tali? Quante riflessioni sul mondo che ti circonda non potresti fare? Lavoriamo tutti i giorni per fornirti reportage e approfondimenti di qualità in maniera totalmente gratuita. Ma il tipo di giornalismo che facciamo è tutt’altro che “a buon mercato”. Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.