Donbass, un tesoro da 7.500 miliardi di dollari: ecco perchè la Russia non lo molla

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Gli stravolgimenti politici che si stanno manifestando nel Nuovo continente minacciano di imporsi anche sul Vecchio, come sempre è avvenuto nella storia dal principio del XX° secolo. Ci riferiamo ovviamente al destino dell’Ucraina e al proseguire di un conflitto che per molti è già deciso nel suo epilogo. Questo perché, seppur cinicamente, la mente umana non dovrebbe mai dimenticare le massime sulla guerra di Von Clausewitz tanto quando la più semplice ragione per cui la guerra è “la continuazione della politica con altri mezzi“: gli interessi.

Nel caso dell’Ucraina, anche interessi economici strettamente collegati allo sfruttamento di materie prime che si trovano nei giacimenti del Donbas, perché la guerra nei territori orientali del granaio d’Europa non è solo una questione di “principio di autodeterminazione“, “denazificazione” o “difesa della libertà” secondo il concetto occidentale. Già in tempi non sospetti, quando la battaglia infuriava a Bakmuth, la nuova Stalingrado che infiammava l’oblast di Donetsk, gli analisti esperti di risorse naturali ricordavano come oltre alla città, destinata a cadere in mano russa, si registrasse un grande interesse per l’intero settore. Non solo dal punto di vista strategico.

Le manovre pressanti che Mosca ha ordinato e portato a termine nel settore hanno infatti sempre rispecchiato l’importanza che il Donbas rappresenta per la Federazione Russa: dove il Cremlino non ha mai smesso di sostenere i separatisti filorussi – a Donetsk e Lugansk – sin dallo scoppio della Guerra civile nel 2014 che, ormai è noto, altro non è stato se non l’inizio di un conflitto ibrido reso conflitto convenzionale dal lancio dell'”Operazione Miliare Speciale per la denazificazione” ordinata da Vladimir Putin il 24 febbraio 2022

La politica adottata da Mosca nel Donbas ha sempre messo al primo posto “la volontà di difendere le minoranze russofone presenti nell’est ucraino“, e Kiev ha sempre opposto la sua resistenza in difese della sua integrità territoriale, con il supporto inizialmente segreto, poi sempre meno celato, degli Stai Uniti e della NATO. Ma dietro questo interesse per le terre del Donbas, secondo alcune visioni della storia, ci sarebbero ragioni decisamente materiali alla base della contesa di quella terra prima poco nota. Essa nasconde nel suo sottosuolo un tesoro di “materie prime” e “minerali strategici” come il litio, l’uranio e il titanio. Una grande varietà di risorse naturali come carbone – parliamo del bacino carbonifero tra i importanti d’Europa – gas, litio, petrolio, acciaio, ferro, uranio, ma anche e sopratutto “terre rare“. Si parla di un valore complessivo stimato circa 7500 miliardi di dollari. Una cifra a cui Mosca, che ha sempre guardato al Donbas come a uno dei più importanti centri economici dell’Impero zarista e dell’URSS, e Kiev e i suoi partner economici prima, e militari poi, non volevano rinunciare. Evidentemente.

Questo non quindi farci dimentica come in Donbas, e di conseguenza in Ucraina, si sta giocando una partita che punto anche all’ottenimento di minerali strategici per le potenze. Un gioco che vede l’Unione Europa e gli Stati Uniti da una parte e la Russia e i suoi partner – come la Cina e forse anche la Corea del Nord – dall’altra. Un gioco sullo sfondo della guerra.