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I dazi dell’amministrazione Usa di Donald Trump hanno superato i sei mesi di durata e oltre a trasformare notevolmente l’ecosistema commerciale internazionale hanno avuto un ramificato impatto sull’economia e la condizione interna statunitense. Come ogni grande strategia di politica economica, le tariffe di Trump faranno sentire pienamente i loro effetti nel medio-lungo periodo. Alcuni dati consentono di dare delle grandezze quantitative a uno scenario che sta per ora mostrando risultati contrastanti.

Il deficit scende

Parliamo dal primo indicatore critico, quello della bilancia commerciale. I dati più recenti, per il mese di agosto, parlano di un deficit commerciale americano nel campo dei beni fisici drasticamente ridotto da luglio ad agosto, quando cioè si è pienamente sdoganata su ogni fronte la politica tariffaria di Trump. In un mese il deficit è sceso del 17,5%, arrivando a 85,6 miliardi di dollari.

Come nota il New York Times, questo però è avvenuto in un contesto di contrazione del commercio, dato che nel mese “le importazioni di beni e servizi che sono diminuite del 5,1%, attestandosi a 340,4 miliardi di dollari, dopo che il 7 agosto sono entrate in vigore le tasse sulle esportazioni provenienti da circa 90 Paesi”. Servirà tempo, dunque, per capire se questo ribilanciamento è stato davvero indotto dalle politiche tariffarie.

Manifattura in crisi negli Usa

Ciò che ad oggi non si sta invece verificando è un rilancio occupazionale e manifatturiero negli Usa. Anzi, il 2025 si sta avviando ad essere il peggior anno del post-Covid in materia di equilibrio nel mercato del lavoro per quanto riguarda le posizioni industriali. Quest’anno la manifattura americana ha perso 59mila addetti e si prevede un trend articolato per cui anche i prossimi periodi non porteranno a un rilancio strutturato.

Pesano sui dati gli aumenti di produttività dati da robotica e digitalizzazione e la concentrazione di cicli d’investimento come quello legato all’intelligenza artificiale, che tramite le spese in conto capitale delle aziende aumenta i volumi del mercato ma non della quota occupazionale. Come nota LaVoce.info, negli Usa “le aree più esposte all’IA hanno sperimentato una crescita dell’occupazione più lenta. Se la zona “media” non avesse adottato l’IA, il suo tasso di occupazione sarebbe stato più alto di circa 0,6 punti percentuali”. Anche i consumi appaiono stagnanti, a +0,2% a settembre, dato positivo ma ridotto di un terzo rispetto alla precedente aspettativa. I dazi possono aver pesato in questa cautela.

Il dilemma del debito Usa

La madre di tutte le partite resta però quella sul debito pubblico, la cui gestione e governace è centrale nel processo di imposizione tariffaria dell’amministrazione. In tal senso, Washington mira tanto ad ottenere dalle entrate tariffarie una fonte di reddito per l’erario pubblico capace di compensare il deficit fiscale colossale di Washington quanto a imporre una nuova governance globale dell’economia in cui gli Usa si potrebbero trovare ad avere una maggiore sostenibilità di lungo periodo delle loro passività.

Sul primo fronte, il percorso è contrastato. A ottobre Washington ha conosciuto entrate record: +27% per l’erario, da 327 a 404 miliardi di dollari. I dazi hanno portato in dote al fisco Usa 31,4 miliardi, nuovo record mensile dopo i 29,7 di settembre e quadruplo rispetto ai 7,3 dell’ottobre 2024.

Una sfida pluriennale

Ciononostante, nota Reuters,“il deficit del mese scorso è aumentato di 27 miliardi di dollari, ovvero del 10%, rispetto al deficit di 257 miliardi di dollari registrato nell’ottobre 2024, in gran parte a causa dello spostamento a ottobre di circa 105 miliardi di dollari di spese per sussidi di novembre per alcuni programmi militari e sanitari”.

Sul secondo, invece, la sfida è strutturale e The Donald mira a far sì che i dazi, negoziati spesso muscolarmente col resto del mondo, diventino la nuova normalità. La speranza è che sia vero ciò che ha stimato il Congressional Budget Office (Cbo) sulla possibilità che Washington incameri 4mila miliardi di dollari in 10 anni dalle tariffe, abbastanza da ridurre pressoché a zero il peso dello One Big Beautiful Act promosso da Trump e latore di pesanti tagli alle imposte. La partita è solo agli inizi. E la definizione del successo o del flop dei dazi sarà frutto di un vettore con diverse componenti.

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