Deutsche Bank annaspa per non annegare? La Germania se ne infischia, non vuole sporcarsi le mani e spera che a spegnere l’incendio sia qualche player “a livello europeo”. Il colosso bancario tedesco è in crisi nera e si trova a un paio di bassi dal baratro. Nel periodo compreso tra luglio e settembre la grande banca tedesca ha perso 942 milioni di euro, a fronte di un utile netto di appena 130 milioni relativo allo stesso lasso di tempo dell’anno precedente. Nel terzo trimestre i suoi ricavi sono scesi del -15%, attestandosi intorno ai 5,3 miliardi, mentre il reddito fisso è calato del -13%. Le cause che hanno messo in ginocchio la Deutsche Bank sono molteplici: da almeno un triennio, l’istituto non riesce a generare redditi, non è più in grado di mettere un freno al crollo della capitalizzazione e non sa come maneggiare i numerosi derivati tossici che stanno erodendo la sua affidabilità. La ciliegina sulla torta? La fumata nera che ha impedito la fusione con Commerzbank.

La strategia della Deutsche Bank

I danni sono ingenti e l’alone di solidità che circondava la Germania è andato in frantumi. Adesso si contano i danni, ma rimettere insieme i cocci è molto più complicato del previsto anche a causa di una faida interna tra i soci della stessa banca e il presidente. Il vice amministratore delegato di Deutsche Bank, Karl von Rohr, è uscito allo scoperto nel corso di un convegno a Francoforte: “Per noi, il consolidamento sarà più a livello europeo”. La parafrasi è che il gigante ferito preferisce essere parte di un processo di consolidamento bancario a livello europeo, anziché in Germania o a livello globale. I vertici della banca lo sanno bene: l’unica e ultima ciambella di salvataggio a cui aggrapparsi con tutte le forze è tentare la fusione con un altro istituto europeo. Berlino, nel frattempo, si volta dall’altro lato.

Tre ostacoli non da poco

Ci sono però degli ostacoli non da poco che potrebbero complicare ogni tentativo di fusione. Prima di tutto la quotazione della Deutsche Bank non aiuta nell’impresa, visto che il suo valore di borsa in quel di Francoforte si aggira intorno ai 13,6 miliardi di euro, ovvero la metà della capitalizzazione di Unicredit (28 miliardi) e un terzo di quella di Intesa Sanpaolo (40,9 miliardi). Inoltre bisogna considerare i 43 mila miliardi di derivati con i quali deve fare i conti l’istituto, che non possono essere nascosti sotto al tappeto con un colpo di bacchetta magica. Il terzo punto da considerare, e che penalizza la banca tedesca alla ricerca di partner, è la perdita di sfiducia che ha coinvolto Paul Achleitner. Da quando nel 2012 è diventato ad, la Deutsche Bank ha accumulato più di 10 miliardi di euro di perdite, mentre il titolo è sceso da 36 euro ad appena 6. Gli azionisti, compresi numerosi pezzi grossi, come alcuni membri della famiglia reale del Qatar, hanno perso la pazienza. Da una parte ci sono i fondi Usa azionisti che spingono per la sostituzione di Achleitner, dall’altra c’è chi sostiene che un cambio in corsa possa danneggiare ancor di più il colosso bancario.