La crisi senza fine di Deutsche Bank non sembra essere prossima alla conclusione. Il fallimento della fusione con Commerzbank ha duramente impattato sulle prospettive del primo gruppo bancario tedesco. Nella giornata del 21 maggio gli analisti di Ubs hanno penalizzato il rating della banca di Francoforte segnalando come Deutsche Bank risulti “vulnerabile agli eventi esterni”. Il valore delle azioni è sceso sotto i 7 euro ritenuti vero e proprio livello di guardia per la stabilità dell’istituto.

Il calo delle quotazioni in borsa, la fine della prospettiva di fusione, i dubbi sugli scenari futuri, la poca limpidezza nella rotta di navigazione seguita da Deutsche Bank e il contesto globale che vede l’istituto sotto osservazione negli Stati Uniti e lentamente abbandonato dai principali investitori, tra cui un conglomerato di fondi cinesi, concorrono a definire un quadro a dir poco problematico. L’incertezza regna sovrana.

E a pagare questa situazione difficile potrebbero essere alcuni rappresentanti di alto profilo di Deutsche Bank, primo tra tutti il presidente Paul Achleitner. Come sottolinea StartMag, “la famiglia reale del Qatar (6,1%), il fondo americano Cerberus (3%) e il conglomerato cinese Hna (3%) avrebbero discusso la possibilità di porre termine al mandato di Achleinter prima della scadenza prevista nel 2022”.

Gli investitori istituzionali che detengono quote notevoli del capitale delle banca, dunque, sono in fibrillazione. Desiderosi di un pronto ritorno alla redditività e di maggiore chiarezza, sono disposti ad andare fino in fondo. Con la certezza di non esser isolati: “Dubbi sull’opportunità della permanenza di Achleitner al vertice della banca sarebbero stati espressi anche da alcuni alti funzionari della Banca Centrale Europea. Sul presidente di Deutsche pende già la mozione di sfiducia di un piccolo socio che verrà messa ai voti nell’assemblea del prossimo 23 maggio. Anche i proxy advisor Iss e Glass Lewis hanno invitato gli azionisti a non concedere al board di Deutsche il voto di scarico, bocciando di fatto il loro operato”.

La caduta di Achleitner equivarrebbe a un azzeramento del “nuovo corso” di Deutsche Bank avviato lo scorso anno, il cui obiettivo di medio termine avrebbe dovuto essere rappresentato dal consolidamento dell’istituto e dalla fusione con Commerzbank sfumata nel mese di aprile. E di fatto metterebbe a serio rischio la posizione dell’ad Christian Sewing. Questi e Achleitner sembrano disposti a ricercare in assemblea il sostegno del fondo statunitense BlackRock; tuttavia, sul lungo periodo anche un successo tattico nel board non risolverebbe il problema fondante di Deutsche Bank, istituto che fatica a generare ricavi e utili. Nel primo trimestre i ricavi sono scesi del 9% e, come riporta Money, Credit Suisse, a fine aprile, ha scritto che se anche Deutsche Bank cedesse DWS, la controllata del risparmio gestito, non riuscirebbe a risolvere i propri problemi. Infatti il gruppo tedesco potrebbe ricavare 5,1 miliardi oggi cedendo il 78% della controllata”, ma non potrebbe in alcun modo risolvere il problema delle entrate pressoché piatte che caratterizzano la sua gestione operativa.

Fallita la via della fusione con Commerzbank, risulta anche difficile ipotizzare un qualsiasi tipo di sostegno da parte del governo tedesco di Angela Merkel. Deutsche Bank ha per lungo tempo vissuto ampiamente al di sopra delle proprie possibilità, e ora si trova a soffrire uno squilibrio problematico tra la sua capitalizzazione e gli asset maneggiati e problemi di instabilità che la rendono il vero e proprio “malato d’Europa” in materia bancaria.