Forte del suo corposo stipendio da sette milioni di euro l’anno l’amministratore delegato di Deutsche Bank Christian Sewing affronta con stato d’animo personalmente sereno la nuova, grave fase di difficoltà del “malato d’Europa” del sistema bancario. Il titolo della principale banca tedesca è infatti nuovamente sprofondato in borsa, a circa 6,60 euro ad azione: il 50% in meno rispetto al 2016, il 70% dal 2014. Nessuna prospettiva operativa, nessuna reale discontinuità dopo il fallimento del matrimonio con Commerzbank, nessuna via d’uscita al caos gestionale e nessuna soluzione al fardello di derivati tossici che ingombra l’istituto.

Forse più che di crisi per Deutsche Bank sarebbe meglio parlare di irreversibile declino. Db divora il valore delle sue azioni ed è sempre più instabile patrimonialmente. Ma, mentre il Titanic imbarca acqua, sottocoperta la musica continua a suonare. Per Sewing l’unico fardello personale è rappresentato dall’impegno a onorare la promessa di investire circa il 15% dei suoi emolumenti mensili in azioni del gruppo. Per il resto, nessuna deviazione dai piani operativi. Compreso il più oneroso: il programma di 18mila esuberi nel prossimo triennio.

Deutsche Bank vuole sfoltire pesantemente gli organici per rilanciarsi grazie al fintech e all’automatizzazione forzata di molti processi. Mark Matthews, Head of Operations di Db e “padre” della svolta, ha ispirato il piano di automazione che porterà al più grande azzeramento di posti di lavoro per fattori tecnologici della storia bancaria. Con l’obiettivo di risparmiare sei miliardi di euro nei prossimi tre anni, infatti, Db robotizzerà e automatizzerà le funzioni di invio mail, reporting azionario, trading ad alta frequenza, compravendita titoli, oltre a una serie di funzione di interfaccia.

Dai dipendenti degli uffici analisi ai bancari, i colpi saranno trasversali

E mentre è difficile pensare che il risparmio avverrà sullo stipendio di Seewing, Matthews e gli altri top manager che non hanno risollevato l’istituto, Deutsche Bank impone con un duro contrappasso la più tedesca delle austerità a una larga fetta del suo personale. Sacrificato gradualmente sull’altare della redditività. Nella speranza che possa essere l’automazione e il taglio dei costi a riportare in alto la banca, dimenticando che l’attività finanziaria è fiduciaria e operativa e che i robot potranno rispondere bene a domande preimpostate, ma difficilmente potranno porne di proprie. Specie le più sgradevoli per il top management di Deutsche Bank: perché la banca arranca da circa tre anni? Perché non si è mai liberata dai suoi derivati tossici? Perché ha spinto fino a livelli di rischio inaccettabili la parte di banca d’investimento del gruppo? Perché si è impantanata in affari loschi come quello Danske Bank?

Di questa vicenda rischia di rimanere solo la dura lezione di come non utilizzare l’automazione nei processi economici e un utile vademecum per i legislatori. Che dovranno sempre più monitorare il fatto che l’innovazione sia introdotta per produrre valore e lavoro e non per risparmiare con un taglio occupazionale. E Db potrebbe essere solo l’inizio. Padre Paolo Benanti, francescano e studioso dell’intelligenza artificiale, ha riportato sul suo blog che “Ihs Markit, colosso britannico dei dati di mercato, è uscita recentemente con un report in cui si prevede la perdita di circa dieci milioni di posti lavoro. Una previsione formulata sulla base dei progetti annunciati o in fase di sviluppo. Gli effetti delle intelligenze artificiali applicate in questo settore saranno drammatiche. IHS Markit stima che entro il 2030 circa dieci milioni di bancari e professionisti della finanza potrebbero uscire dal settore. Nei soli Stati Uniti la previsione è di 1,3 milioni di esuberi. Ad essere colpiti saranno soprattutto i ruoli a più basso valore aggiunto”. E di questa transizione Deutsche Bank è la capofila: c’è da scommettere che neanche questa svolta eviterà ulteriori scivoloni al “malato d’Europa”.

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